Cavallini Daria, Gli adolescenti, la scuola e... il progetto di musicoterapia

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Da anni si parla dell’importanza che dovrebbe essere data all’istruzione scolastica non solo come trasmissione di contenuti, ma anche come possibilità di crescita e maturazione dell’individuo.

Purtroppo tra l’ampliarsi dei programmi ministeriali e  la modalità di rapportarsi delle attuali generazioni è difficile per il corpo docente e per i discenti riuscire a modularsi su nuove dinamiche e strategie nell’interazione alunno/docente. Questo sta evidenziando sempre più il malessere della scuola stessa e l’allontanamento di questa dall’obiettivo fondamentale cioè: la formazione di un individuo fornendogli, unitamente alle relazione familiari, la possibilità di maturare ed esplorare i percorsi della vita. Dopo anni di esperienza sono giunta alla conclusione che sia possibile un recupero creando di fianco al percorso didattico legato ai contenuti, un percorso che faccia leva sulla consapevolezza emozionale permettendo agli alunni, ma anche agli insegnanti, di imparare ad accogliere quella parte di noi più profonda che, una volta ri-conosciuta ed accettata ci permetta di considerare lo studio come una ulteriore ricchezza da utilizzare nella crescita. Da questa riflessione nasce il progetto di musicoterapia concepito come  possibile percorso educativo-emozionale, da affiancare a quello didattico, al fine di comprendere (o dimostrare?) come un possibile e armonico rapporto con se stessi porti, all’interno dell’istituzione scolastica, alla costruzione di percorsi didattici proficui e soddisfacenti. Per tutto ciò ormai da anni mi batto affinché si possano attuare percorsi paralleli a quelli di natura disciplinare, in modo da poter aiutare i ragazzi ad avviare una crescita squisitamente legata a contenuti che permettano lo sviluppo armonico di un essere nella sua completezza di persona e di persona-studente.

 
L’IPSSAR “F. De Cecco“ e la sua realtà scolastica
L’esperienza musicoterapica si è svolta presso l’Istituto Professionale di Stato per i Servizi Alberghieri e della Ristorazione “Filippo De Cecco”  (I.P.S.S.A.R.) di Pescara, in Abruzzo. La scuola, dislocata in due sedi, raccoglie un’utenza pari a circa 1200 ragazzi il cui obiettivo principale è legato non tanto all’accrescimento culturale quanto al raggiungimento di una professionalità in un campo dove ci sono ancora buone possibilità di lavoro. Va da sé che in base alle esigenze sopra descritte, gli studenti provengono perlopiù da ambienti sociali e culturali poveri e carenti di stimoli e pochi sono coloro che scelgono questo tipo di indirizzo perché realmente interessati e appassionati alle varie discipline. Nell’istituto operano 30 insegnanti di sostegno necessari (e sono pochi) per seguire circa 80 ragazzi diversamente abili e per questo è considerato nella provincia “scuola pilota”. Alcuni di loro hanno diagnosi gravi per cui necessitano dell’assistente specialistico inviato dalla Provincia, mentre la diagnosi più frequente è legata a ritardi nell’apprendimento dovuti a situazioni di disagio nell’ambito familiare. Accanto a queste situazioni, ufficialmente riconosciute, ve ne sono altre - e non sono poche -  in cui i ragazzi manifestano disturbi dell’apprendimento e del comportamento dovuti a vissuti emotivi difficili, in genere legati alle figure parentali. Opero come insegnante di sostegno all’interno della scuola da 10 anni e da 9 faccio parte del C.I.C. (Centro di Informazione e Consulenza). L’istituto ha anche annesso un convitto femminile - ben lontano dall’idea di collegio elegante e confortevole che si potrebbe immaginare –  ed un convitto maschile situato in un ex hotel a 7 km dalla scuola. I convittori trascorrono il loro tempo diviso tra lezioni al mattino e studio al pomeriggio seguiti da alcuni istitutori. Purtroppo la scuola si trova nella periferia della città e nelle 2 ore pomeridiane di tempo libero che hanno non si muovono dall’Istituto stesso perché anche con i mezzi non riuscirebbero ad avere il tempo materiale per andare in centro, divertirsi e tornare, per cui passano il loro tempo extra studio tra l’unica televisione e il biliardino. Questa situazione di stallo (da anni si parla di una nuova struttura ormai divenuta utopia) esaspera, a volte, i comportamenti dando vita a discussioni con i responsabili e fughe al bar – unico luogo a pochi metri dalla scuola – con gran consumo di alcolici (birra) o “spinelli” spesso introdotti da ex alunni che hanno lasciato la scuola e vivono in quartieri, ben noti a coloro che si occupano delle tossicodipendenze, non lontani dalla scuola. Con questa descrizione non voglio dare l’idea di una situazione grave, ma  nonostante la buona volontà degli educatori, non sempre gli stimoli presenti sono sufficienti a rendere più fruttuoso e sereno il loro soggiorno. Fortunatamente, secondo me, i giovani a differenza degli adulti hanno un forte spirito di adattamento per cui riescono a trovare il modo di riempire il tempo anche in maniera sana e rimangono, di fondo, ragazzi puliti alla ricerca di qualcuno che gli mostri strade diverse da quelle in cui sono cresciuti. La scuola ha due strutture: la prima divisa in due palazzine è la sede (situata in periferia) ed è quella che ospita il convitto femminile, le classi 1° e 2° e i laboratori di sala, cucina e reception; l’altra (situata in zona più centrale) è un edificio del primo ‘900 nato come scuola e ospita le classi 3°, 4° e 5° ma nel pomeriggio è chiusa per cui tutte le attività pomeridiane si svolgono in sede. I ragazzi fanno 40 ore settimanali di scuola (più di ogni altro ordine) e quindi, tra teoria e pratica, passano diverse ore della giornata nell’istituto. Il corpo docente è il più delle volte messo a dura prova perché buona parte degli studenti non è motivata allo studio e quindi, come è facilmente comprensibile, non ha un metodo per affrontarlo anche perché spesso – come già detto – sono così incentrati su loro stessi  e lo studio è l’ultimo dei loro pensieri. Un gruppo di insegnanti, in particolare quelli del biennio, è abbastanza attento e cerca veramente una modalità diversa nel rapportarsi con loro, mentre buona parte di quelli del triennio è ancora ancorato ad una mentalità del tipo: “Se non ti piace non vieni, non sei obbligato!”, dimenticando che per buona parte di loro la scuola rappresenta un luogo in cui, paradossalmente, si sentono quasi a casa, tant’è che spesso ragazzi che hanno terminato il ciclo scolastico o hanno lasciato prima del termine tornano a salutare o  – come dicono loro – a “fare un giro”: mai visto un istituto così frequentato da ex alunni. Va anche detto che ci sono insegnanti, tra i  centodieci presenti, che cercano un dialogo che vada al di là della sola materia e che sono disponibili al colloquio con i ragazzi di cui spesso diventano punti di riferimento. Proprio alla luce di quanto sopra è stato istituito il C.I.C. (Centro di Informazione e Consulenza)  al cui interno operano uno psicologo, operatori per la tossicodipendenza e alcuni insegnanti – tra cui la sottoscritta – che prevede momenti dedicati all’ascolto ed è proprio in questo ambiente, in accordo con la dottoressa che è nata l’idea di presentare ed attuare (in quanto approvato ed inserito nel P.O.F. Piano di Offerta Formativa della scuola) il Progetto di Musicoterapia. I ragazzi amano la musica e amano parlare, se trovano persone disposte ad ascoltarli, ed unire queste due modalità e offrirle a piccoli gruppi, opportunamente selezionati in base alla modalità relazionale, poteva essere un modo diverso per aiutare gli stessi a “comprendersi” o – per dirla con il prof. Bonardi – “accogliersi” un po’ di più. Più volte mi ero resa conto, nei vari colloqui, di come esistesse una forte settorialità nell’ascolto musicale: guai ad ascoltare qualcosa che non fosse simbolo di riconoscimento del gruppo stesso! Il cantante melodico napoletano Gianni Celeste, per fare un esempio, bandito ufficialmente da un gruppo di “rappers”, si ascoltava ufficiosamente ma, come le società carbonare, non si portava alla luce. Eppure quegli stessi ragazzi nel loro percorso maturativo ad un certo punto disconoscevano il vecchio gruppo a favore di un nuovo modello negando ciò che era stato, a discapito di un pezzo di sé che era   loro servito per crescere. Partendo da questa considerazione sedute a tavolino abbiamo dato vita al progetto, il cui obiettivo fondamentale era quello di offrire ai ragazzi l’opportunità di scoprire la possibilità di ritrovare – o iniziare a cercare – una propria armonia interiore attraverso il riconoscimento e la consapevolezza delle emozioni che sottendono il nostro agire condividendolo con il gruppo dei pari; aiutandoli a comprendere come, spesso, dietro l’oppositività scagliata verso un compagno più timido o verso un’insegnante, si celino sentimenti di inadeguatezza e conflitto il più delle volte originatisi all’interno delle relazioni familiari.
 

L’efficacia della musicoterapia nell’apprendimento in età adolescenziale: il progetto di musicoterapia

 
Premessa
La musicoterapia è una modalità terapeutica atta a favorire la costruzione di relazioni, attraverso un lavoro fondato su processi di “interazione empatica” chiamate sintonizzazioni[1], le quali facilitano la comunicazione (verbale e non verbale), la qualità dell’apprendimento e la disponibilità affettiva. È noto che l’adolescenza sia un momento di passaggio tra l’infanzia e l’età adulta, difficile e conflittuale verso se stessi e verso la realtà esterna. Spesso accade che il ragazzo sia molto oppositivo verso tutto ciò che riguarda la regola sociale, compreso quindi il suo percorso di studi, che ne risulta di conseguenza compromesso. Intervenendo sulla “disarmonizzazione interiore” ne segue un rapporto più  fluido anche con la scuola e quindi un miglioramento nei processi di apprendimento. In questo contesto, la musicoterapia è importante perché avvalendosi di tecniche che vanno oltre l’uso della parola, spesso utilizzata come difesa, ha la finalità di sviluppare una integrazione “armonica” delle varie facoltà all’interno dell’individuo stesso favorendo quindi una relazione più fluida con la realtà esterna. Per ciascun alunno, è necessario trovare un compromesso operativo che produca una mediazione tra il bisogno di normalizzazione (saperi di base, programmi ministeriali, aspettative della famiglia, ecc.) e quello di individualizzazione il quale tenga conto dell’unicità di ogni singolo individuo. Il compromesso educativo e operativo tra questi tipi di bisogni, a mio avviso, si trova nella creazione e nell’uso di strategie didattiche e di relazione che avvicinino l’integrazione tra i due tipi di bisogni. Una scuola che si pone il problema di scegliere ed avvicinare obiettivi, contenuti e strumenti di classe alle abilità di ogni singolo alunno (anche quelli con sostegno) è una scuola ben avviata verso la ricerca di una integrazione di qualità. La ricerca di un punto di contatto, anche quando le abilità degli alunni risultino fortemente eterogenee, può essere consentita da particolari tecniche e strategie già esistenti o da creare in situazione.

 

Finalità            
Armonizzazione del senso di identità dell’alunno, sia nel rapporto tra il suo mondo interno e quello esterno, che tra le varie parti del proprio mondo interno. Migliorare, attraverso lo sviluppo armonico della propria persona, l’apprendimento scolastico e le relazioni sociali.

 

Obiettivi
Mediante l’adozione delle musiche agite o ascoltate, ogni incontro è volto, per ogni singolo allievo, a favorire:
  • l’ascolto-accoglienza delle proprie emozioni  (integrazione temporale);
  • l’espressione sonoro-musicale dei propri vissuti (integrazione spaziale);
  • l’interazione sonoro-musicale dei propri affetti (integrazione sociale).

Destinatari                

  • Piccoli gruppi omogenei per età formati da un minimo di 3 ad un massimo di 6 partecipanti.

Luogo di svolgimento         

  • Un locale, appositamente attrezzato, ubicato presso la sede dell’I.P.S.S.A.R.  di Via Tirino a Pescara.

Operatori coinvolti nel progetto        

  • Progettista: Prof.ssa Daria Cavallini.
  • Supervisore: Dott.ssa  Daniela Quinto Psicologa del C.I.C.

Valutazione del livello di soddisfazione degli allievi

  • Ogni alunno alla fine dell’esperienza esprimerà il proprio grado di          soddisfazione attraverso un breve scritto.

Programmazione dell’attività

  • 28 sedute  a cadenza settimanale per un  totale  di 42  ore;
  • stesura dei protocolli delle sedute;
  • incontri settimanali di valutazione degli andamenti;
  • 3 incontri di supervisione con la Psicologa.

Mezzi occorrenti

  • Strumentario Orff;
  • eventi musicali proposti dal conduttore e dagli allievi.

Relazione finale dell’attività svolta

  • Valutazione conclusiva scritta del lavoro svolto.
Le linee guida del progetto musicoterapico
Il progetto musicoterapico proposto è volto a favorire l’integrazione degli adolescenti, riducendo l’insorgenza delle difficoltà d’apprendimento, in quanto utilizza un mediatore particolare: la musica, intesa dalla scrivente come “… il mezzo espressivo che l’uomo ha creato per rivitalizzare incessantemente il proprio modo di essere persona che sente, accoglie e ascolta sé per ascoltare gli altri”.[2] La musica, quindi, racconta di noi, dei nostri vissuti o meglio delle emozioni e dei sentimenti che li hanno caratterizzati dispiegandosi nel tempo (durata, ritmo ...) ed espandendosi nello spazio (timbro, altezza, melodia, armonia), dimensioni che  caratterizzano il nostro esserci,  il nostro percepirci e il nostro percepire l’altro da sé nel momento in cui dal sentire passiamo all’ascoltare o, più specificatamente, all’accogliere noi stessi come individui unici nella propria essenza. Partendo da questo assunto di base possiamo esprimerci attraverso diversi canali sonori che possono prevedere l’uso della voce, dello strumento o l’ascolto di un brano appartenenti alla nostra dimensione sonoro-musicale (D.S.M.)[3] , che in un qualche modo racconta di noi, spesso di quel lato oscuro di noi cui non è dato di emergere alla coscienza. L’adolescente nella sua dolorosa trasformazione fa dell’elemento sonoro un compagno fedele che, probabilmente lo aiuta a calmare e/o a manifestare quelle  tensioni interne che, se opportunamente accolte e restituite, gli permettono di “ esperire una ‘nuova’ situazione di ascolto, non solamente incentrato sul sé, ma sui poli (sé e l’altro da sé) del processo relazionale”[4] liberando parallelamente quell’energia necessaria  anche al  processo cognitivo,  base di ogni apprendimento, per armoniosamente descrivere il suo percorso. La musica può divenire pertanto “un elemento integratore sul piano emotivo, cognitivo e sociale, in relazione ai suoi parametri fondamentali: timbro, ritmo e intonazione”[5] . Non è interpretando che ne cogliamo l’essenza, ma accogliendo quanto l’altro ci dona impariamo ad accogliere noi stessi, riuscendo lentamente a dare un nome alle emozioni che ci attraversano: imparando a definirle sempre più ci prendiamo carico del nostro sé (integrazione spaziale, temporale, sociale) che diventa così capace di accogliere l’altro da sé per ciò che è e non per ciò che noi vorremmo fosse. All’interno della relazione musicoterapica, in particolare con il gruppo di ragazzi di cui tratta questo lavoro, mi sono resa conto di quanto sia fondamentale saper trovare quella modalità di comunicazione, attraverso il suono, che sia realmente funzionale alla relazione stessa permettendone un costruttivo sviluppo. Di fatto ci siamo trovati a fronteggiare una situazione in cui la modalità improvvisativa non diveniva più un mezzo di comunicazione e aiuto (terapia), ma una spirale che avvolgeva la persona creandole intorno una bolla cui non era dato accesso. Lo strumento, non più mediatore sonoro ma prolungamento di sé, diveniva contenitore di vissuti dolorosi non percepibili alla coscienza promuovendo, di conseguenza, l’isolamento della persona e il condizionamento della relazione tra e con il resto del gruppo. Ritengo che in tali situazioni  sia fondamentale per il musicoterapista:
  • riconoscere di trovarsi, talvolta, in una situazione di “stallo”;
  • ascoltare e cercare di ri-conoscere ed elaborare le proprie emozioni  per poter poi cercare una strategia alternativa che sia consona – o ci si augura tale –  alle persone con cui si sta interagendo favorendo, di conseguenza, la ripresa del processo relazionale.

Nello specifico si è rivelato fondamentale l’utilizzo dell’ascolto di brani musicali proposti dalla sottoscritta e dalle  ragazze tenendo presente che:

  • si ascolta in base alla propria dimensione sonoro-musicale, per cui si possono avere diversi vissuti;
  • non è il brano in sé, ma ciò che provoca ad ognuno di noi ad essere importante per imparare a ri-conoscersi.

Probabilmente il non dover essere in diretto contatto con lo strumento ha permesso, ad una di loro in particolare, di potersi raccontare, di iniziare a riconoscere il proprio lato oscuro e ad accoglierlo  senza però che il dolore la investisse talmente tanto da impedirle di prenderne coscienza e attraverso i brani musicali e il contenuto di alcuni di essi si è  cercato di portarla alla consapevolezza di proprie emozioni, altrimenti celate.

Daria Cavallini

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[1]POSTACCHINI P. L., RICCIOTTI A., BORGHESI M.,  “Musicoterapia”, Carocci, Roma 2001, pag.107.
[2]BONARDI GIANGIUSEPPE, “Dall’ascolto alla musicoterapia”, Edizione Progetti Sonori, Mercatello sul Metauro (PU) 2007, pag. 18.
[3]Ibidem, pag. 23.  
[4]Ibidem, pag. 21. Si veda inoltre il testo: PAVLICEVIC M. “Musicoterapia applicata al contesto”, Ismez, Roma 1997.
[5]POSTACCHINI PIER LUIGI, In viaggio attraverso la musicoterapia, Edizioni Cosmopolis, 2006 pag. 51.
Si vedano inoltre i testi: GAITA D. “Il pensiero del cuore” , Bompiani, Milano 2000.
RICCI BITTI P.E. “Regolazioni delle emozioni e arti-terapie”, Carocci Editore, Roma 2005.