Neri Simona, Elogio alla musico... tera... imperfezione

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Da quando faccio il mio lavoro, la musicoterapia, la mia vita si è riempita di vita e il mio tempo è diventato un tempo pieno. Sembra davvero un giro di parole ma non lo è. Quando studiavo, come Clemente Amoroso[1], al Corso di Musicoterapia di Assisi, mi facevo le sue domande, forse silenziosamente, dentro me, ma le domande erano le stesse e mi ripetevo: che cosa mi aspetterà fuori da qui? Poi discutendo la tesi, ricordo che uno dei professori della commissione sottolineò il suo rammarico nei miei confronti di trovarsi dalla parte di controrelatore e non di relatore perché avevo fatto una scelta diversa durante l’ultimo anno di corso. La scelta non era dovuta al professore, che oggi non menziono perché lo rispetto e lo ritengo davvero un grande della musicoterapia, ma fu dovuta piuttosto ad una scelta di libertà e credo, che se potessi tornare indietro, lo rifarei. La scelta era molto semplice e riassunta nelle parole di Plutarco : << La mente (degli studenti) non è un vaso da riempire, ma come legna da ardere ha solo bisogno di una scintilla che l’accenda e le dia l’impulso per la ricerca e un amore ardente per la verità. >>[2] Mi sentivo come una fiaccola che era stata accesa e, all’uscita dal corso, avrei portato uno zainetto con all’interno ogni testimonianza ed ogni esperienza lasciata dai professori che mi hanno cresciuto professionalmente. Lo zainetto viene costantemente riempito con la mia musicoterapia che nel tempo è diventata la fusione di tutto quello che ho imparato e che ancora sto imparando. Ma la cosa più importante di tutte è che la mia fiaccola è accesa e illumina la ricerca continua di risposte alle domande che ogni incontro, ogni terapia, ogni esperienza mi pone. Non avevo mai preso in considerazione di parlare di tutto questo poiché do per scontato che se si fa una scelta come la musicoterapia, si ha già ponderato il fatto che la vita sarà a servizio di chi ha più bisogno, ma non è così. La musicoterapia è stata, ed è, per fortuna, anche delusione e tristezza che portano lo sguardo altrove, nel proprio cuore, per cercare la verità. Perché facciamo musicoterapia? Perché si sceglie questa strada al posto di un’altra? Mi piacerebbe che chi approccia per la prima volta ai corsi di musicoterapia si rendesse conto che il lavoro di musicoterapista o musicoterapeuta qual si voglia definire nel nostro ambiente, è un lavoro che prevede il contatto con le persone e il lavoro con le persone prevede una grande capacità di accoglienza che non è innata. Sarebbe opportuno mettere in conto che chi si incontrerà in questo cammino sarà in grado di aprirci e vivisezionarci a metà come una mela e visionarne, volente o no, il contenuto e ne tirerà fuori dalle profonde viscere il peggio di noi per donarci poi il meglio di sé e che dopo questo incontro saremo inevitabilmente cambiati e pronti (forse) ad un nuovo incontro che non sarà più così doloroso, ma comunque invasivo e che ad ogni terapia tutto sarà messo inevitabilmente in discussione, anche quello che si pensa non lo possa essere. Il cammino non è una discesa ma una grande salita. Il SAPERE è sempre una faticosa salita. Non si può sapere senza cadere, non si può imparare senza ‘toccare’, non si può ridere se non si sa cos’è il pianto e non si può amare se non si conosce la sofferenza. La musicoterapia, proprio per il suo essere scienza e arte mette in gioco tutti i sentimenti di cui siamo fatti, di cui è fatto l’uomo. Il docente è il primo “tedoforo” dello studente. La passione del docente convoglia nel cuore dello studente e fa scattare in lui la domanda e la ricerca della sua strada. Se la sua fiaccola si accende il docente ha lavorato bene. Questo vorrei essere un giorno, una brava insegnante capace di accendere il desiderio e la passione, com’è accaduto a me per prima, anche perché spesso, come dicevo, la musicoterapia è fatta anche di delusione, tristezza e grande amarezza. Non sempre si è capiti e la passione e il desiderio che ci animano, spesso, sono male interpretati. Sovente incontro tirocinanti, confusi, pieni di sogni, affascinati da un’idea romantica di disabilità che in realtà è ben diversa da quella che vivranno nella raltà lavorativa. Il tirocinio è veramente quella fase in cui lo studente va a “bottega” e non possiamo esimerci, come insegnanti, dal farli provare a misurarsi con ciò che sarà il loro lavoro.
Nelle discussioni fatte con i tirocinanti che ho seguito negli ultimi anni mi sono trovata davanti a ragazzi pieni di buona volontà ma così impauriti ad affrontare un qualsiasi rapporto. Il rapporto sarà tutto ciò che è alla base di una buona terapia. Il tirocinio è il momento dell’impatto, il tempo in cui si affronta la responsabilità di una terapia fortunatamente guidati dall’insegnante. In questa fase, sarebbe necessario chiedere tutto, non nascondersi dietro a un quaderno di appunti o restare seduti sulla sedia, perché c’è sempre una sedia nel setting dove sedersi e distaccarsi dal contesto. Non salverà i futuri musicoterapisti quella sedia! Il tirocinio è il momento in cui l’insegnante cerca di accendere la fiaccola dell’entusiasmo… Che succede ai ragazzi di oggi? Perché la confusione è imperante? Oltre alla confusione c’è anche la pretesa del sapere. Non è sufficiente conoscere le tecniche a memoria della pagina del libro, non è il libro che salverà i futuri musicoterapisti e, talvolta, i tirocinanti saccenti mettono un muro al loro imparare, riparandosi ancora una volta dietro a un sapere fittizio. Mi rendo conto che con queste parole urterò qualcuno, ma è davvero necessario che chi approccia a questa professione lo faccia con grande umiltà e grande desiderio. L’esperienza purtroppo, non viene da una pagina di un libro in cui spiega il setting perfetto, la musica perfetta, l’ambiente perfetto, perché la realtà non è perfetta e l’IMPERFEZIONE, grazie a Dio, è imperante e noi dobbiamo diventare maestri dell’imperfezione cercando sempre il momento giusto, che arriverà, per entrare da quella porticina che si aprirà inaspettatamente e che darà l’accesso al cuore di chi curiamo. Questo è lo STUPORE necessario in ogni momento di cura, necessario al tirocinante per apprendere, necessario al docente per donare il suo sapere. Come diceva Saint-Exupery  << … non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi. >>[3] e io aggiungerei… anche alle orecchie! Troppo spesso sentiamo quello che vogliamo sentire senza dare accesso al cuore che indica bene la strada. Torniamo all’umano, torniamo al vero e lasciamo ancora una volta che lo stupore ci guidi! Umiltà e stupore sono alla base del nostro mestiere. Spero di dare ai miei tirocinanti ragazzi lo stupore necessario per accendere la loro passione, unitamente all’umiltà necessaria ad aprirsi all’ascolto. Il dolore più grande e l’amarezza maggiore è quando si è donato così tanto e sapere che i frutti maturi vengono buttati nella spazzatura vedendo i miei studenti diventare sordi dopo anni di tirocinio in cui hai pensato di aver lasciato qualcosa. Capita anche questo, ma oggi dico, senza questa esperienza non avrei potuto scrivere quanto sopra. Così parafrasando Exupery credo che formare una persona sia tempo prezioso poiché « … il tempo che tu hai perduto per la tua rosa (ossia per una persona, nel caso specifico, ad un mio tirocinante) che ha fatto la tua rosa così importante ». [4]
Simona Neri


[1] Amoroso Clemente, Ma che musicoterapista sarò? Breve elenco… disordinato, 6 gennaio 2012, MiA, musicoterapie in Ascolto, http://musicoterapieinascolto.com/dialoghi/267-amoroso-clemente-ma-che-musicoterapista-saro-breve-elenco-disordinato

[2] Plutardco, L’arte di saper ascoltare, Newton Compton, Roma 2010, pag. 91.

[3] Exupery A. S. , Il piccolo Principe, Bompiani, Milano 1998, pag. 98.

[4]Exupery A. S. , Il piccolo Principe, Bompiani, Milano 1998, pag. 98.