Converso Astrid, Relazioni sonoro-musicali con Matteo ed Emma in… musicoterapia

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 “È  impossibile non comunicare,
perché ogni comportamento è comunicazione,
invia un messaggio agli altri,
che lo si voglia oppure no.
Nella comunicazione si stende la relazione,
vale a dire che la relazione con laltro
è già implicita nella stessa realtà umana.[1]
 
L’idea che abbiamo di noi stessi, la nostra identità, ciò che consideriamo che gli altri pensino di noi si organizzano, pezzo dopo pezzo, in tutti gli scambi di parole e azioni che abbiamo con gli altri esseri umani.
È di fondamentale importanza saper ascoltare i propri interlocutori per poter dare risposta in modo appropriato altrimenti l'altro non risponde, non c’è un feedback adeguato alla sua comunicazione.
Quando si comunica, soprattutto se si comunica in modo personale e profondo, è molto importante ricevere una reazione adatta.
Se ciò non accade, l’altro può ritrarsi e cessare di comunicare.
Tuttavia, trovare una via di comunicazione che faciliti la sintonia, che permetta di relazionarsi “sulla stessa lunghezza d’onda” non è semplice, soprattutto, se interagiamo con persone che hanno problemi a livello di relazione.
Matteo ed Emma[2] mi hanno ‘insegnato’ il vero significato della relazione con l’altro da sé e cosa comporta una relazione: offrendo, accogliendo e, nel medesimo istante, ascoltando.
È forse “l’insegnamento” più importante che ho acquisito da questa esperienza, sebbene i risultati che vorremmo ottenere, a volte, non pervengono o non giungono subito ed è proprio in quei momenti che si deve cercare di insistere.
 
Matteo, io e la relazione... musicale
Matteo, all’inizio dell’intervento musicoterapico, aveva  38 anni e presentava questa diagnosi patologica: “Insufficienza Mentale di Grado medio-grave. Dislessico”.
Matteo appariva molto agitato, incapace di stare fermo, in perenne movimento, con scatti delle gambe quasi stereotipati che muoveva incessantemente.
Manifestava molta aggressività che “sfogava” sui compagni, qualora  venisse provocato o offeso.
Dall’aspetto piacevole, Matteo sapeva di essere attraente e, per questo motivo, capita spesso che si pavoneggiasse all’interno della comunità.
Nonostante esercitasse un certo fascino sulle compagne, Matteo manifestava  problemi relazionali  con gli ospiti della comunità.
Gli ospiti maschili, gelosi, molte volte lo insultavano, chiamandolo:“Borghese”.
In quei frangenti Matteo diventa molto aggressivo e oltre ad offendere minacciava gestualmente i suoi “offensori”.
Durante l’osservazione scopro che Matteo gradiva  esclusivamente solo musica da discoteca e non sopportava la musica classica che definiva: “Musica da suore”.
Quindi non avevo indicazioni  precise sulla “sua musica del cuore[3]”.
Matteo viveva solo con i genitori, i fratelli erano felicemente coniugati.
Viveva un rapporto di amore odio con la madre , la quale lo dominava, lo controllava e non tollerava che Matteo potesse avere relazioni di tipo sentimentale.
La stessa, agli inizi dell’anno passato, richiese dall’ASL una progressione dell’invalidità del figlio, facendo sprofondare il morale di Matteo e creando in lui una forte depressione.  
La prima volta che Matteo entrò nell’ ”habitat” musicoterapico era disorientato; si guardava attorno e rimaneva in  piedi avvicinandosi agli strumenti.
Gli faccio presente che non doveva sentirsi obbligato a fare alcunché oppure, se avesse voluto, poteva suonare gli strumenti che erano posizionati in terra.
Dopo un’iniziale incertezza Matteo decise di sedersi e iniziare a suonare.
Come primo strumento scelse il tamburo, e io, adattandomi, presi un tamburello con i sonagli ma, in cuor mio, sentivo che qualcosa non “funzionava”.
Avendolo osservato attentamente ero consapevole della sua forte aggressività ma non avrei mai pensato che arrivasse ad esprimerla, in modo quasi lacerante, sugli strumenti.
Fin dalla prima seduta iniziò a percuotere in modo assordante il tamburo ma, essendo appunto la prima seduta, si fermò solo a quello strumento.
Successivamente dà inizio ad una sorta di “concerto solistico” stridente, completo di tutti gli strumenti presenti.
Non riuscivo a contenerlo, l’intensità  era talmente forte che gli strumenti volano via, danneggiandoli come il battente in ferro del triangolo che si spezza a metà.
Lui sembrava apparentemente calmissimo sorrideva e sembrava che si divertisse.
Come se non bastasse, se si stancava di suonare, lasciava gli strumenti a terra e iniziava a parlare, raccontandomi la sua giornata in ogni minimo dettaglio, bloccando anche la mia esecuzione sonora.
Provavo a fargli ascoltare musica da discoteca, sapendo che era il suo genere preferito, ma il clima peggiorava.
Rimanevo sconcertata, impaurita e mi sentivo inadeguata al compito.
“Cosa faccio?”
“Come mi comporto?”
“Devo bloccare il suo bisogno di sfogo o devo permettergli di liberare la propria energia.”
“Gli strumenti che danneggia e rompe li devo riparare o devo sostituirli con strumenti nuovi per evitare che si rispecchi in qualcosa di “spezzato, e riparato?”
È stato un anno molto faticoso sia dal punto di vista emotivo che da quello fisico.
Verso la fine delle sedute, Matteo è giunto a suonare in atteggiamento aggressivo anche nei miei confronti. 
In quel momento, nonostante Matteo mi provocasse dolore e lividi, rimasi calma e cercai di accogliere la sua aggressività, facendogli capire che gli strumenti che stava suonando non erano esclusivamente a sua disposizione, ma anche altri ragazzi ne facevano uso e, per questo motivo, non avrebbe dovuto danneggiarli.
Matteo rispose sorridendo e balbettando:Tanto li aggiusti con i tuoi soldi, a me non interessa, io sono ospite della comunità e a me non  li  fanno pagare”.
La mia calma stava per esaurirsi, non solo per come si atteggiava e rispondeva ma anche perché capivo di non essere in grado di fermarlo.
Le domande che subissavano la mia mente erano molteplici:
“Come posso essere una brava terapista se provo rabbia nei confronti di un ragazzo con così tanti problemi?”
“Perché non riesco a provare tenerezza per un ragazzo così disagiato?”
In riunione d’équipe la psicologa mi suggerii che se Matteo avesse  continuato a spezzare gli strumenti potevo comunicarlo alla famiglia che avrebbe provveduto a risolvere la situazione.
In cuor mio sapevo che gli stati di disagio vissuti da Matteo in famiglia  erano, per lui, insostenibili.
Decisi di gestire la situazione a modo mio, “lasciandomi guidare dal mio istinto”.
Nella seduta successiva Matteo si presentò con il telefonino acceso e si mise a parlare con una ragazza.
Lo richiamai e successivamente Matteo si accomodò sulla sedia, iniziando  a suonare ossessivamente tutto ciò che trovava nella stanza.  
Ero arrabbiata, stanca e demoralizzata, sentivo che in qualche modo dovevo esprimere, paradossalmente, i miei sentimenti e, quasi senza rendermene conto, iniziai ad imitarlo, coprendo i suoi effetti acustici, colpendo ripetutamente un bongo di legno.
Matteo iniziò a calmarsi, quasi spaventato dalla mia veemenza, si ritrasse e ridusse l’intensità della sua produzione di sonora.
Cosciente di quello che stava accadendo, iniziai anch’io a diminuire l’intensità d’esecuzione, variando anche l’agogica, ora decisamente più lenta.
Così, gradualmente iniziammo a suonare insieme, guardandoci negli occhi.
Al termine dell’interazione sonoro – musicale chiesi a Matteo di chiudere gli occhi e, contemporaneamente, gli proposi l’ascolto di una musica di Vangelis: “Main theme from “Missing” per rilassarlo e concludere così la seduta.
In quel mentre Matteo si fermò; mi guardò e si mise a ridere con una risata quasi isterica.
Ad un tratto diventò rosso e con un filo di voce pronunciò una parola che alle mie orecchie risuonò come un ringraziamento.
Durante gli incontri successivi Matteo era più tranquillo; rispettava i tempi d’esecuzione strumentale.
Al termine di ogni incontro proponevo sempre l’ascolto di qualche brano “rilassante”, per placare la sua energia  così “scalpitante” (Vangelis: Main theme from “Missing”; Ennio Morricone “The legend of the Pianist;, Carla Bruni “Quelqu'un m'a dit”; Enya “The memory of trees”).
Ora riusciamo ad avere un’interazione musicale condivisibile che presenta ancora una marcata aggressività ma, in qualche modo,  riusciamo a rielaborala.
Coverso Astrid Matteo2
Matteo mi ha insegnato a liberarmi da tutti quegli gli schemi mentali che generalmente, in quanto normodotati, utilizziamo nelle relazioni altrui, dove se ci sentiamo provocati e attaccati, tendiamo a creare uno scudo per salvaguardarci da quello che ci rigetta l’altro.
Matteo aveva bisogno solo di qualcuno che fosse in grado di accogliere il suo “rabbioso” dolore.
Un dolore suonato e risuonato in me e, finalmente, compreso placato.
Solo allora abbiamo potuto interagire musicalmente, stabilendo così una relazione molto delicata e coinvolgente, dal momento che è sempre, prima di tutto, una relazione tra due universi emozionali.
Ho imparato che Matteo, è un “sensibilissimo radar” delle emozioni, degli stati d’animo, molto bravo nel leggere con chiarezza dentro l’altro da sé.
Matteo è in grado di cogliere ogni mia reazione emotiva, leggendo il “linguaggio del corpo”, cogliendo le variazioni di tonalità e d’intensità della voce.
Matteo cercava disperatamente di agganciarmi e provocarmi al fine che io potessi ascoltare accogliere il suo malessere conflittuale.
Comprendere e superare un conflitto, spesso, permette di rinnovare e migliorare una relazione.
Il conflitto ci interpella sulla capacità che abbiamo di relazionarci con gli altri e ci svela insieme l’autenticità o la falsità, la profondità o la superficialità del rapporto con noi stessi.
Crescere nella competenza relazionale ed emotiva significa potenziare la nostra capacità di modulare, di sviluppare tale rapporto in vista del nostro e dell’altrui benessere.
 
Relazioni musicali con… Emma
Emma era una donna di 41 anni.
La cartella clinica riportava: “Cerebropatia di probabile origine dismetabolica”.
Emma parlava e si vestiva come una bimba, adorava i cartoni animati e, ogni piccolo o grande oggetto, che in qualche modo riporti disegni o frasi di cartoni animati, doveva essere suo.
Proveniva da una famiglia difficile.
Si riscontravano problemi con la madre che trascurava l’igiene della figlia.
Questo fatto, a volte, allontanava i compagni per l’odoraccio che Emma emanava.
Emma aveva anche un fratello disabile, ricoverato in un altro istituto.
La psicologa mi rese noto che, probabilmente, Emma ha vissuto in famiglia violenze sessuali.     
Durante l’osservazione non avevo colto particolari problematiche, e nonostante l’aspetto e il linguaggio infantile, mi incuriosii subito il suo passatempo preferito: leggere riviste di enigmistica e risolvere i cruciverba.
All’apparenza sembrava una ragazza tranquilla,
che, molto diligentemente, ascoltava le istruzioni che arrivavano dagli educatori.
Con tutte queste premesse, la accolsi nell’habitat musicoterapico.
Nonostante l’organizzazione accogliente dell’ambiente musicoterapico, Emma mostrò una tensione emotiva.
Iniziò da subito a girare intorno allo spazio sonoro-relazionale in maniera ossessiva: raccoglieva qualche strumento da terra e poi iniziava, strimpellandolo, a ruotare attorno alla stanza.
Io rimanevo seduta sulla sedia, seguendola con lo sguardo e  cercando di suonare qualcosa con lei ma i miei sforzi sembravano vani.
Inoltre le sedute erano caratterizzate da una pressante richiesta, da parte di Emma, di ascoltare musiche poiché dimostrava di non sopportare il silenzio o comunque, il solo suono prodotto dagli strumenti musicali presenti non le era sufficiente.
Se tardavo ad accendere il registratore Emma mi chiedeva: “Dov’è la musica?” e poi ancora: “La radio è rotta?”.
Gli stati emotivi che provavo erano molteplici, mi sentivo inadeguata e non sapevo cosa fare.
Se il tempo della seduta era caratterizzato dalla presenza di musica emessa continuamente, con Emma che suonava, estraniandosi, come potevo gestire la terapia?”.
Mi ritrovavo con una ragazza che non solo non rimaneva seduta, ma che non volgeva neanche lo sguardo nella mia direzione.
Riflettei: “Se Emma voleva musica come “sottofondo rassicurante”, potevo creare una cassetta a tempo.”
Preparai una musicassetta al cui interno, le tracce sonore erano intervallate da uno spazio di silenzio, della durata di circa un minuto.
Emma dopo un iniziale rifiuto, si adattò e iniziò a suonare anche durante i silenzi ‘emessi’ dalla cassetta.
Nonostante questo però, Emma continuava a relazionarsi con una grossa quantità di strumentini musicali quasi a sottolineare la difficoltà di trovare il giusto mediatore attraverso il quale “raccontarsi” e rapportarsi con me.
Per quasi sei mesi proposi all’ascolto sempre la stessa cassetta “spazio-tempo”.
Le musiche da me scelte, che avrebbero portato ad alcuni miglioramenti, erano racchiuse nel lato a ed erano:
  • Piove (Jovanotti);
  • Tshiribim (Anonimo);
  • Il cielo è sempre più blu (Rino Gaetano);
  • Gli uccelli volano (Franco Battiato);
  • Cleptomania (Sugar Free);
  • I bambini fanno Oh (Povia);
  • Che Idea (Flaminio Maphia).
In principio pareva che Emma non provasse interesse per le musiche che avevo deciso di proporre all’ascolto, ma poco alla volta iniziò a sedersi sulla sedia di fronte a me e a suonare canticchiando.
Un giorno Emma mi disse che la sua musica preferita era: “Gli uccelli volano” di Franco Battiato, così cercavo di proporla  all’ascolto.
Iniziò a prendere confidenza con la stanza e con me.
Quando aveva il tamburo in mano lo avvicinava agli occhi e cercava di guardarmi attraverso la membrana così da stabilire, seppur in modo passeggero, un contatto visivo.
Mi sentivo adeguata al compito, poiché ero riuscita a fare sedere Emma sulla sedia di fronte alla mia e perché ora Emma stava cercando di relazionarsi.
Mi sentivo sulla strada giusta, tuttavia non era abbastanza.
In qualche modo Emma stava cercando un contatto, ma era discontinuo e capitava ancora che si mettesse a girare attorno allo spazio sonoro-relazionale.
Il passo successivo arrivò verso la fine del secondo ciclo di sedute.
Avevo acceso la cassetta Emma stava cercando di relazionarsi con me, guardandomi attraverso il tamburo quando, all’improvviso, sulle note della canzone “Cleptomania” abbassò lo strumento; mi guardò dritta negli occhi e ad alta voce ripeté alcune frasi della canzone, suscitando in me un grande interesse “relazionale”.
“Cleptomania”
Sono affetto da un morbo incurabile
il mio difetto è un istinto incontrollabile
se ti vedo devo averti fra le mie mani
Liquidato da ogni dottore
no rimedio queste le parole
ma la mia cura potresti essere tu
prima o dopo i pasti non importa
due tre volte al giorno si mi bastano per sperare
aiutami a guarire da questa mia malattia
affetto da una strana forma di cleptomania
voglio averti mia
solamente mia
Ora che non ho più via duscita
ora che ogni porta è stata chiusa
apri almeno le tue gambe verso me
prima o dopo i pasti non importa
due tre volte al giorno si mi bastano per volare
aiutami a guarire da questa mia malattia
affetto da una strana forma di cleptomania
voglio averti mia
solamente mia
già sto meglio se ti tengo fra le mie mani
sto guarendo se ti tengo tra queste mani
aiutami a guarire da questa mia malattia
affetto da una strana forma di cleptomania
voglio averti mia
solamente mia
 
Rimasi molto sorpresa, finalmente il contatto c’era stato, mi aveva guardato negli occhi e aveva chiesto aiuto.
Mi sentii al settimo cielo, ma subito mi porsi alcune domande:
E ora che faccio?”
Si aspetta il mio aiuto, cosa posso fare di più per aiutarla, per non deludere la fiducia che ha riposto in me?”
Continuai ad insistere sulla cassetta tempo-spazio, cambiando alcune canzoni per variare il repertorio.
Trovammo nella musica per bambini Tshiribim[4]: un legame di costruzione per una relazione positiva.
Mediante questo brano Emma riusciva a guardarmi e a ballare sulle note ascoltate.
Emma, a livello relazionale, è migliorata, tuttavia permane ancora la pressante richiesta di musica come sottofondo e, per quanto ora ci sia il contatto visivo, esso è discontinuo.
Al di là delle definizioni scientifiche delle parole e degli scritti sull’argomento, relazione e comunicazione sono gli elementi principali nella nostra vita quotidiana.
La relazione è un legame, un vincolo tra due o più persone.
La relazione è qualcosa che in se stessa possiede finalità migliorative dei rapporti.
Con Emma e Matteo, ho avuto due differenti tipi di relazione, in genere proiettiamo sugli altri ciò che non vediamo di noi stessi, o ciò che rappresenta il nostro punto debole.
È stato difficile, entrare in relazione con due persone con difficoltà e, contemporaneamente, cercare di leggere dentro se stessi per riuscire a capire l’altro e poterlo aiutare.
“Non camminare davanti a me, potrei non seguirti; non camminare dietro di me, non saprei dove condurti; cammina al mio fianco e saremo sempre amici”[5]
Questa citazione, credo, sia un’altra espressione che ben definisce un modo di relazionarsi, la parità.
Non solo, quindi, il riconoscimento e il rispetto dell’altro, ma anche della sua natura, della sua unicità, della sua libertà.
Una cosa che ho imparato è che rapportarsi, significa essere in grado di accettare quella dose di incertezza associata
all’evolversi, lasciare che le cose scorrano, vivere nel presente quel che esso è in grado di offrire, mettendo da parte la paura che l’insicurezza, l’impossibilità di tenere tutto sotto controllo comportano.
Sapersi relazionare adeguatamente implica la capacità di stare soli con se stessi.
Molti, come Emma e Matteo, per sfuggire a se stessi hanno bisogno dell’altro.
Il bisogno, al contrario, del desiderio, provoca dipendenza, che induce un vissuto di insicurezza, nei confronti di se stessi, e di  dipendenza nei riguardi degli altri.
La cosa più importante di tutte però è riuscire a comunicare con e attraverso la musica, riuscire a capire attraverso i suoni prodotti, cosa l’altro ci vuole comunicare, e agire di conseguenza, stando attenti a non prevaricare, con le proprie necessità, l’altro.
Attraverso la musica può nascere di tutto, è un “adesivo relazionale”, che aiuta a stringere e sviluppare rapporti.
Quando la parola è di troppo, la musica diventa protagonista!

Astrid Converso

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[1] Paul Watzlawick “Pragmatica della Comunicazione Umana, studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi”, Roma, Astrolabio Ubaldini, 1971.
[2] Nomi di fantasia, in ottemperanza alla  legge della privacy.
[3] Gaita D. “Il pensiero del cuore”, Milano, Bompiani, 1991.
[4] M. Spaccazocchi, Crescere con il canto 2. Progetti Sonori. Pesaro Urbino. 2004, pp. 74, 75. “Il brano è un canto Yiddish, più precisamente un canto ebraico appartenente al movimento mistico popolare del Chassidismo che ebbe una vasta diffusione nel 1700 in Polonia e Ucraina per poi scomparire quasi del tutto agli inizi del secolo XIX.”
[5] Anonimo cinese.