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Due occhi grandi e neri che ti scrutano; il viso che talvolta si illumina con un sorriso e quell’applauso incessante, la stereotipia gestuale della durata di una semiminima circa, e la “m” prolungata, più volte ripetuta.
Questa è Anna o meglio è la sua essenza acustica: la sua musica naturale fatta da una ritualità stereotipa, una sonorità vocale misteriosa e il silenzio eloquente dello sguardo.
Anna, il nome è di fantasia, deambula a fatica per cui in ogni incontro è seduta di fronte a me; tra di noi c’è una tastiera posizionata in modo tale che questa dolce adolescente, un po’ paffutella, possa abbassare le braccia sui tasti e schiacciarli, interrompendo il ritmo stereotipato in cui è richiusa.
Anna è un enigma; non parla e comunica con gli occhi.
Occhi grandi, occhi che scrutano tutto: la stanza, il lettore dei compact disc, la tastiera e me.
I nostri incontri si svolgono nel silenzio; un silenzio punteggiato, di tanto in tanto, da suoni o dalle mie proposte musicali che, una dopo l’altra, non sortiscono effetti, per cui falliscono.
Tutto rimane pressoché inalterato.
Ogni incontro sembra identico al precedente.
Sono perplesso, teso, sfiduciato… ma, se per caso durante la seduta accade qualcosa di speciale, in me si riaccende la speranza.
Se Anna abbassa le braccia e appoggia le mani sulla tastiera, mi sembra di toccare il cielo con un dito; un sogno si avvera, sono felice, ma per poco, pochissimo tempo e tutto svanisce nuovamente poiché le mani si rialzano e riprendono a battere.
Un sorriso solitario di Anna, improvviso, delicato prima e fragoroso poi, irrompendo nella stanza come un uragano, muove tutto, contagiandomi e, per poco tempo, assaporo un po’ di sollievo e di piacere, infatti rido anch’io stupito.
Quando Anna, mentre ascolta una canzone, cerca con gli occhi il lettore compact disc rimango stupito e in cuor mio penso: “Allora, forse, ho trovato la canzone giusta”, ma subito lo sguardo vaga in un’altra direzione per cui l’amaro sapore del rammarico mi assale, tingendo con un po’ di nero la breve gioia provata.
Minimali incontri sonori, evanescenti e misteriosi.
E quella “m” ripetuta come un mantra delicatissimo e dolcissimo che senso ha?
Per tanto, tantissimo tempo l’ho analizzato con un programma informatico, ma né i decibel, né gli Hertz letti, anche a notte fonda, sul sonogramma della schermata del computer hanno svelato il senso di quella “m”.
Il mistero della “m” è rimasto insoluto per molto tempo.
Anna è un mistero; un mistero in carne ed ossa.
Che strano la “m” emessa da Anna è anche la prima lettera della parola mistero, ma è anche uno dei primi suoni emessi da un bimbo di pochi mesi.
La “m” è la prima lettera della parola mamma.
“M” come richiamo?
“M” come consolazione?
“M” come benessere?
“M” come mistero?
Un giorno Anna, seduta di fronte a me, emetteva la solita “m” quando, dopo aver abbassato le braccia e appoggiato le mani intrecciate tra di loro sulla tastiera, emise un sospiro seguito da una “a” e, infine, chiuse gli occhi per qualche istante.
M”… sospiro… “a”, occhi chiusi.
Il mistero ora si duplica in una “m… a…”.
Ho letto che per la filosofia dei Veda la “m” simboleggia lo stato di sonno.
Sempre secondo la concezione indiana la vocale “A” simboleggia lo stato di veglia.
Gli yogi, mentre praticano l’“Om”, che si pronuncia “AUMm”, cercano di andare dallo stato di veglia a quello di sonno, ossia dalla “A” alla “m”, per connettersi il più possibile con l’origine acustica del Tutto, l’anima universale.
Secondo il pensiero di un importante etnomusicologo1 la vera sillaba della creazione è “mMUA”.
Che cosa significa quindi il “m… a…” intonato da Anna?
Me lo sono chiesto per molto tempo e son giunto alla conclusione che Anna, con il suo “m… a…” volesse intonare la gioia, il sacrificio, l’atto creativo dell’esserci.
Probabilmente i miei richiami musicali non sono quindi caduti nel vuoto, ma sono stati inviti che la ragazza ha accolto.
Potrà sembrare paradossale quanto si vuole, ma questa conclusione mi sembra quella più convincente.
Il mistero “Anna” è ora meno fitto.
 
Giangiuseppe Bonardi
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1M. Schneider, La nozione del tempo nella filosofia e nella mitologia Vedica, in Antonello Colimberti, Ecologia della musica, Donzelli, Roma 2004, p. 37.