Deodato Rosaria, Io, Walter e il mondo dell’autismo

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Il percorso esperienziale di musicoterapia è stato realizzato in ambito scolastico, nell’arco di un biennio (2001–2002), con Walter (nome di fantasia in ottemperanza alla legge della provacy), un bambino autistico di sette-otto anni. Personalmente mi sono avvicinata alla musicoterapia dopo il diploma in pianoforte, perché affascinata da esperienze musicoterapiche il cui il “suono” (la musica), utilizzato in una prospettiva  relazionale, può aprire un canale di comunicazione con persone in difficoltà, come il bambino preso in esame. Tra le molteplici metodiche di intervento musicoterapico italiane ed estere, presenti nel panorama nazionale, la “prospettiva relazionale” è maggiormente vicina al mio modo d’operare. In questa prospettiva la musicoterapia è intesa come: ricerca, osservazione, analisi e adozione del sonoro e del musicale appartenente al soggetto (musica) al fine di aiutarlo (terapia) ad esperire una “nuova” situazione di ascolto, non solamente centrato sul sé, ma sui poli (sé e altro da sé) del processo relazionale[1].
 
La sensibilità  musicale di Walter
In qualità di insegnante Ad Personam, ho conosciuto Walter nella scuola elementare da lui frequentata. Walter mi è stato segnalato dall’insegnante Educazione al Suono e alla Musica che da un lato evidenziava le problematiche esplicitate dal bambino  durante l’ora di lezione: lancio di oggetti e continuo movimento, dall’altro lo riteneva sensibile alla musica per le risposte motorie che egli metteva in atto quando questa era a lui gradita. L’interesse di Walter nei confronti della musica era rimarcato anche dalla mamma che spesso lo sorprendeva “suonare” la batteria e il flauto dolce del fratello. Dal punto di vista clinico, la diagnosi patologica di Walter è inerente all’autismo infantile, definito dal DSM IV e dall’ICD-10 come un disturbo generalizzato dello sviluppo, caratterizzato da una compromissione qualitativa dell’interazione sociale, della comunicazione verbale e non verbale, da modalità di comportamento, attività e interessi ristretti, ripetitivi e stereotipati, nella maggior parte dei casi associato anche ad un ritardo mentale, di solito di grado medio. Walter è stato “definito” quindi come un bambino autistico, ma è “…  innanzitutto un bambino, che come gli altri ha bisogno di amore, di sicurezza, di guida e della possibilità di sviluppare le proprie risorse e capacità il più pienamente possibile. Ciascun bambino autistico ha una propria personalità, che determina il suo modo di reagire ai propri handicaps e lo rende un individuo unico rispetto agli altri… un individuo che differisce per molti aspetti da altri bambini per i quali sia stata emessa la stessa diagnosi…»[2]. Non mi sono dunque fermata alla diagnosi, ma mi sono proposta di conoscere il bambino, in particolare le sue parti sane.
 
Quale metodica musicoterapica utilizzare?
Dal punto di vista prassico, ho deciso di iniziare il lavoro musicoterapico con Walter e ho scelto la metodica musicoterapica relazionale ideata da Giangiuseppe Bonardi, perché è essenzialmente uno “strumento operativo”  chiaramente strutturato in fasi (…“Il colloquio, … l’osservazione ambientale…, l’ osservazione musicoterapica… la prassi musicoterapica individuale[3]…”) consequenziali d’intervento con finalità e obiettivi (indicatori) specifici e valutabili. I colloqui, l’osservazione ambientale e quella musicoterapica   mi hanno permesso di individuare le finalità del progetto d’intervento musicoterapico. In tal modo ho individuato: le problematiche vissute dal minore e i mediatori (gli eventi sonori, le musiche e gli strumenti musicali) maggiormente adeguati per affrontarle. Riguardo alle palesi difficoltà relazionali, manifestate da Walter nelle situazioni osservative, l’intervento musicoterapico individuale è stato quindi orientato in una prospettiva relazionale. In quest’ultima fase ho utilizzato ampiamente la tecnica del “… dialogo sonoro[4]…”, al fine di integrare la metodica d’intervento musicoterapico presa come modello teorico – pratico di riferimento.
 
Il senso dei colloqui
Inizialmente la mia attenzione era orientata verso la conoscenza della dimensione sonoro–musicale di Walter. In questa prospettiva ho attivato alcuni colloqui con la madre e le insegnanti, al fine di individuare sonorità e musiche specifiche, che, per Walter, avessero un senso, perché appartenenti al suo mondo sonoro e musicale.
 
In ascolto del mondo acustico-musicale abitualmente vissuto da Walter
La prima informale conoscenza di Walter è avvenuta durante l’osservazione ambientale. Ero preoccupata e al contempo contenta perché finalmente potevo conoscere Walter  in  un’abituale  situazione di vita. Mentre osservavo Walter che colorava alcune schede proposte dall’Insegnate di Sostegno, ascoltavo le tenui sonorità ambientali caratterizzate da: vocii, bisbigli, ticchettii, fruscii. Quelle sonorità, da me percepite, attenuavano la tensione  emotiva che provavo in ogni incontro. In tal modo, mentre cercavo di accogliere le mie emozioni, osservavo Walter che, nel breve periodo di permanenza nell’aula (20’), peregrinava nell’aula. Gli spostamenti continui si placavano momentaneamente quando Walter si sedeva in braccio all’insegnante o a me. Le rilevazioni mi sollecitavano alcuni interrogativi. Come viveva il tempo Walter?  Come viveva lo spazio? Quali emozioni caratterizzavano il tempo e lo spazio di Walter? Da chi fuggiva Walter, quando usciva dall’aula? Per lo più immerso in un ascolto di sé, dei propri vocalizzi o dei movimenti stereotipati, tuttavia Walter cercava di stabilire brevi relazioni solamente con gli adulti presenti nell’aula: io e/o l’insegnante di sostegno. Le relazioni intraprese da Walter erano essenzialmente corporee. Walter comunicava quindi a livello: tattile, motorio e orale. Richiamato dall’insegnante di sostegno o da me, Walter arrestava la marcia o volgeva il capo nella nostra direzione. Al termine delle osservazioni mi chiedevo se fossi stata in grado di pormi in ascolto di Walter. Sapevo che per ascoltare Walter dovevo elaborare e quindi accogliere i miei vissuti, in particolare la paura e il senso di disagio che provavo prevalentemente durante le sedute. Gli incontri di supervisione dell’attività mi hanno consentito di “osservare” le parti sane di Walter, attenuando i miei sentimenti di disagio. Walter mi appariva un bambino enigmatico, sfuggente, ma non del tutto chiuso nel suo “misterioso mondo”. Un bambino che viveva il tempo, lo spazio colmi d’emozioni probabilmente angoscianti, ma che attivava estemporanee relazioni.

 Deodato Rosaria

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[1] Bonardi Giangiuseppe, (2001), Osservazione e prassi in musicoterapia, dispensa laboratorio, Assisi, PCC, p. 6. Ora in Bonardi G., (2007), Dall’ascolto alla musicoterapia, Progetti Sonori, Mercatello sul Metauro (PU).

[2] Wing Lorna, (2000), I bambini autistici, Roma, Armando Editore, pp. 11 e 19.

[3] Bonardi Giangiuseppe, (2001), Osservazione e prassi in musicoterapia, dispensa laboratorio, Assisi, PCC, pp. 7, 9, 18. Ora in Bonardi G., (2007), Dall’ascolto alla musicoterapia, Progetti Sonori, Mercatello sul Metauro (PU).

[4] Scardovelli Mauro, (1992), Il dialogo sonoro, Bologna, Cappelli, p. 12.