Andrello Roberta, “Io sono una casa senza pareti”

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Un aspetto caratteristico di questa terza fase d’intervento riguarda in modo particolare l’”assestamento” della struttura delle sedute: il graduale passaggio dal caos all’ordine è giunto a compimento. Proprio nella prima di queste 18 sedute Luca (nome di fantasia in ottemperanza alla legge della privacy) ha fatto un’esclamazione che col tempo ho pensato potesse essere un’ulteriore testimonianza di una presa di coscienza di ciò che sentiva dentro di sé, dell’immagine che forse aveva di se stesso e al contempo un forte grido d’aiuto: “Io sono una casa senza pareti”. Dopo quella seduta ci sono stati tanti progressi, come se fosse iniziato o forse proseguito un processo di “costruzione” di queste pareti delle quali Luca avvertiva con angoscia la mancanza. Col passare del tempo Luca aumentava la capacità di tollerare tempi sempre più lunghi seduto sulla sedia, in posizione frontale rispetto a me; infatti, mentre nel corso della fase precedente, dopo aver trascorso al massimo 15 minuti in posizione frontale, aveva bisogno di fuggire sul tappeto, di ritornare, “morire” e “risuscitare”, in seguito ha cominciato ad allungare il tempo di permanenza sulla sedia, al punto tale da non aver più la necessità di fuggire: anche quando si sdraiava sotto la mia sedia, o si alzava in piedi, Luca manteneva il contatto visivo con me e a questo aggiungeva una modalità di relazione a livello tattile, mediata dal tamburello o dai battenti, coi quali io eseguivo brevi sequenze ritmiche facendo percepire a Luca le vibrazioni attraverso il suo corpo.  Anche il gioco del morto è scomparso. Quando Luca ha cominciato a non sdraiarsi più sotto la mia sedia, i momenti della seduta non erano più scanditi dai suoi gli spostamenti nella stanza, bensì dalle diverse dinamiche relazionali messe in atto mantenendo sempre più costanti la posizione e la postura seduta. Luca ha dimostrato di aver bisogno di un tempo, all’inizio della seduta, che io ho inteso come “tempo di adattamento”, durante il quale mi raccontava qualcosa di sé. Sebbene fosse capitato che una volta avesse raccontato molti eventi almeno apparentemente disconnessi tra loro, tuttavia in generale ciò di cui Luca mi parlava era comprensibile e attinente al reale. Questo tempo, che inizialmente si attestava attorno ai 15 - 20 minuti, è diminuito velocemente, fino quasi a scomparire, per lasciare sempre più posto alla “seconda parte” della seduta, nella quale io e Luca eseguivamo dei giochi, finalmente “musicali”. Tra i suoi giochi preferiti, il “gioco dello specchio”, un gioco di imitazioni con variazioni, costruito dapprima sulle smorfie, poi sui versi e infine sui suoni vocali, il gioco della “batteria”, che prevedeva l’improvvisazione strumentale alternandoci nell’esecuzione, il gioco degli “effetti speciali”, basato sulle variazioni timbriche e di intensità, sempre eseguite in alternanza, il gioco del “prendersi sui bonghi”, eseguito con un continuo rincorrersi delle dita che tamburellavano sulle pelli e infine il gioco delle “canzoncine”, ossia l’invenzione e l’esecuzione estemporanea di brevi canzoncine, complete di musica e testo. Pur essendo diversi nella loro concreta realizzazione, questi giochi presentavano alcuni elementi comuni che, ad un’attenta analisi, risultavano essere chiari punti di riferimento per comprendere appieno il processo di nascita e di lento consolidamento della relazione tra me e Luca. In primo luogo vorrei sottolineare come per ciascuno di questi giochi esistessero delle regole: inizialmente lasciavo che fosse solo Luca a definirle, in seguito ho cominciato ad introdurne alcune anch’io e, quando possibile, improvvisavo delle variazioni per differenziarmi sempre più da lui. Mentre fino alla seconda fase d’intervento Luca non mi dava spazi di autonomia, se non molto brevi o limitati, in quest’ultimo periodo accettava il fatto che io potessi pensare o desiderare qualcosa in modo diverso da lui. Non solo, ma mentre precedentemente la presenza del linguaggio verbale era difficile da contenere, ora Luca stava gradualmente maturando la capacità di tollerare la frustrazione che gli derivava dal fatto di non parlare immediatamente, non appena ne avvertisse il bisogno, sviluppando così pian piano la capacità di posticipare il soddisfacimento dei suoi bisogni. Oltretutto le canzoncine inventate erano molto spesso il canale attraverso il quale indirizzare le produzioni verbali di Luca per fargli assumere la struttura della “storia cantata” che, avendo un inizio, un fatto centrale e una fine scanditi anche da una melodia con una cadenza finale, aveva una funzione contenitiva. Vorrei sottolineare come le storie di Luca, inizialmente “bizzarre”, inconcluse o con finali negativi, alle quali io rispondevo con contenuti positivi (per esempio sostituivo il coniglietto brutto con quello bello e buono che anziché morire o perdere la mamma andava al parco con la mamma a giocare) si siano lentamente e almeno parzialmente trasformate acquistando, a volte, contenuti più logici e un finale positivo. Un ulteriore dato a favore dell’aumentata capacità di Luca di tollerare la frustrazione è dato dal fatto che l’unica volta che Luca aveva chiesto di andare ai servizi durante la seduta, aveva accettato senza proteste di aspettare che il nostro incontro si concludesse. Durante il tempo della seduta Luca era in grado di mantenere con me il contatto visivo diretto, dapprima più discontinuo, poi sempre più lungo e regolare; contemporaneamente non ricercava più il contatto corporeo, e, quando in alcune sedute aveva avvertito il desiderio di darmi un bacio, mi ha chiesto il permesso di farlo. Le manifestazioni aggressive erano sempre più sporadiche e brevi e generalmente associate a miei comportamenti poco tollerati da Luca, per esempio l’esecuzione di suoni forti che lo infastidivano. A questo proposito mi sembra interessante osservare come Luca nelle ultime 4 sedute avesse cominciato a rifiutare verbalmente le maracas, affermando che facevano “troppo rumore”, ma successivamente le utilizzasse spontaneamente come alternativa ai bonghi, quando, nei giochi di improvvisazione, decideva che era possibile cambiare strumento, scegliendo liberamente tra quelli presenti. Così come Luca, anch’io avevo il “permesso” di cambiare liberamente strumento: il controllo di Luca era presente sotto forma di “regola del gioco”, però la regola stessa mi permetteva di agire, per di più lasciandomi un ampio margine di libertà, che fino a questa fase non avevo.  Anch’io ora avevo uno spazio in cui giocare coi suoni e i silenzi. L’aspetto forse più interessante dei giochi d’improvvisazione è dato dalla presenza iniziale di due spazi diversi, uno mio e uno di Luca: come da “regolamento”, io e Luca dovevamo suonare alternandoci e durante un’esecuzione l’altro aveva il compito di ascoltare. Il gioco terminava dopo che entrambi ci eravamo “esibiti” una o due volte, in base a quanto deciso all’inizio, e solo allora era possibile parlare. Sebbene questa modalità d’improvvisare non consentisse di instaurare una vera e propria relazione, poiché il suonare poteva essere motivo di autoascolto e non di comunicazione con l’altro, tuttavia mi era sembrato grandioso il fatto che fossimo riusciti ad arrivare ad un tale ordine. Il silenzio di Luca, sebbene limitato al tempo dell’ improvvisazione, era una grande conquista: non solo Luca tollerava il suo silenzio mentre io suonavo (azione fino a poco tempo prima proibitami), ma soprattutto durante questo suo silenzio mi ascoltava guardandomi negli occhi e ricalcando i miei giochi timbrici, ritmici e d’intensità con particolari espressioni del viso. È da questi scambi, che hanno consentito di prendere coscienza delle caratteristiche dei ritmi eseguiti da entrambi, che è nato il gioco degli “effetti speciali”. Ad ogni seduta il nostro rapporto faceva passi avanti, come se qualcosa all’improvviso avesse premuto l’acceleratore sul pedale della nostra relazione: durante le ultime sedute l’improvvisazione iniziava con un’alternanza di ruoli definita a priori, ma successivamente, col procedere del gioco, il controllo di Luca lasciava spazio alla libertà di entrambi e suoni e silenzi cominciavano a susseguirsi con un ritmo più spontaneo; gli interventi alternati seguivano il passo scandito dalla musica prodotta e dal piacere di intervenire per contribuire ciascuno alla musica dell’altro, oppure di fermarsi, per ascoltare ciò che l’altro proponeva. Questi momenti, che io ho vissuto con immensa emozione, divertimento e piacere, erano brevi, duravano al massimo 3-4 minuti, ma erano il chiaro segno che l’obiettivo era stato raggiunto: Luca si era separto da me, come avrebbe detto la Mahler, mi riconosceva come “altro da sé”, come oggetto con una sua esistenza indipendente da lui, come avrebbe sostenuto Winnicott, e grazie a questa “separazione - individuazione” era stato possibile arrivare a stabilire una relazione.

Roberta Andrello

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