Delogu Chiara, Michele predilige la zeta

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Michele[1] predilige le parole che vibrano con la “z”.
La “z” rientra nel gruppo delle consonanti fricative alveolari sonore, ciò, da un punto di vista puramente articolatorio, significa che l’aria deve passare attraverso una fessura piuttosto stretta producendo una certa ‘frizione’.
Sono consonanti che si possono prolungare nel tempo e per questo si chiamano anche ‘continue’.
La qualità alveolare, invece, descrive la posizione della lingua che si avvicina appunto agli alveoli.
Mi domando come e cosa questo suono in particolare possa suscitare in Michele.
Siamo entrati più in confidenza. Spesso Michele mi dice “t’ammazzo” “pazzo”  “puzzo” “pizza”.  
È attratto dalle “z”.
Comincia ad articolare meglio le parole.
Si fa strada nella comunicazione verbale.
Non è più così interessato al sottofondo sonoro.
Sembra più attivo, più vispo, più felice, meno addormentato.
Canta, cerca di parlare.
Si è instaurato tra noi il ‘dialogo-gioco sulle puzze’.
Mi annuso e annuso alcuni oggetti: lui ride, di gusto.
Il suo divertimento lo porta a trovare un mediatore sonoro che è direttamente il suo corpo.
Michele è consapevole del ritmo, è molto attento, riesce ad articolare bene le cellule ritmiche e le contestualizza nel metro.
Ma non riesce ad applicarle nel parlato.
Si vergogna?
Abbassa lo sguardo, cambia direzione.
Evita il confronto. 
Perché?
Perché non parla?
Cosa lo trattiene?
Perché conosce il turpiloquio e invece il bel parlare non lo stimola affatto?
Nell’ultimo ciclo di sedute (18-27) sceglie, decide cosa fare, come fare.
Sono piena di interrogativi irrisolti: cosa lo spinge a emettere suoni e rumori con il suo corpo?
È il primordiale che risuona in lui?
Non è forse anche questa una musica?
Non sono forse le nostre prime musiche che ci accompagnano sin dalla gestazione?
I gorgoglii, il battito del cuore, i movimenti tellurici dell’intestino, la vita.
Sin dalle prime sedute Michele esprime questa particolare attenzione per la consonante “Z” messa in relazione con le puzze da lui prodotte.
A volte questi peti sono sonori, soprattutto quando è felice, mentre se sono reiterati diventano sibilanti e infine sordi.
Difficoltosi. Si sforza, diventa paonazzo. E non smette fino a quando non si è liberato.
A volte sono addirittura immaginari e sono quelli che lo divertono meno.
Mi mostra il suo ventre, quello che c’è dentro.
Solleva la maglietta.
Si avvicina e indica la mia pancia.
Mi invita a seguire questo ‘modus musicandi’.
Michele durante tutte le nostre ventisette sedute ha trovato il modo di trovarsi sempre a contatto del mobile dove è posto il lettore CD.
Mi sono sempre domandata il perché di questo interesse.
Un giorno, spinta dalla curiosità, mi sono seduta accanto a lui e finalmente ho capito: le vibrazioni della musica toccavano tutto il mio corpo.
Lo stesso mobile diventava un mediatore del suono.
Leggendo l’affascinate libro di Ginger Clarkson[2], ho scoperto che una delle pazienti della musicoterapeuta provava piacere stando vicina al registratore, perché sentiva gli strumenti vicini.
Il corpo fragile, nervoso e magrissimo di Michele si rilassa a contatto del mobile dove è poggiato il lettore CD.
Così il mio tentare di portare l’attenzione di Michele verso i mediatori sonoro-musicali da lui  scelti (una conga, un piatto, due maracas) era forse già avvenuta, inserendo le musiche preferite nel lettore CD, che è diventato parte integrante della seduta.
Michele mi regala qualcosa che ha dentro di sé, che è dentro di sé, che gli appartiene.
E forse consciamente o inconsciamente sa che posso conoscere.
Perché ne ho esperienza.
Anche io vivo con i miei linguaggi del corpo.
Convivo con i miei battiti.
Dove finisco io e dove inizia il mio cuore?
Non c’è confine.
E se i suoi rifiuti, i suoi dentro fossero metafore di ciò che vive emotivamente?
O forse mi piace pensare che questa è una lettura poetica di qualcosa che è all’ordine del giorno, della quotidianità di tutti noi esseri viventi?
Ma la vita non è forse poesia?
Mi chiedo se questo linguaggio sia così diverso e scontato. Non esistono differenze anche nell’emissione di un rutto, di un peto, e non è differente a seconda di ciò che si pensa, di chi ci sta ascoltando, di chi pensiamo non ascolti?
E Michele cosa mi vuole comunicare?
Felicità?
Tensione?
Ansia? 
Ma in questo gioco di risate, di condivisione, di ilarità c’è un messaggio per me: un messaggio che parla di semplicità, di purezza, di gioco, di unione.
Chi ha deciso che quelli non sono suoni?
L’uomo con i suoi dogmi.
Esiste un dentro colmo di immagini sonore che abbiamo raccolto e raccogliamo durante la nostra esistenza e che ci dimentichiamo di assecondare e di ascoltare, come spesso capita con le emozioni… emo-azioni: azioni che ci portano verso qualcosa, qualcuno.
Forse che quel qualcosa che tanto cerchiamo fuori non sia già dentro di noi e reclami di uscire con tutta allegria e semplicità?
Che l’insegnamento di Michele sia quello di liberarsi, ascoltarsi, viversi senza giudizi?
Chi ha deciso che ciò che produciamo dall’interno è così sconveniente?
Ma non è forse naturale?
E allora che bisogno ha di essere nascosto? Che esca e si liberi e ci liberi. In fondo liberandoci facciamo posto ad altro nella ruota della vita che conserva il suo significato più bello: tutto scorre (panta rei).
Le mie percezioni allora cambiano: un altro regalo di Michele è quello di vivere sinceramente le mie puzze. Espressione del mio interno che si manifesta nell’esterno.
Un simbolo ne è il derivato.
Che è anche il mio punto di arrivo e di partenza.
Mettere insieme il mio dentro con il mio fuori.
La parola d’ordine diventa accettare.
Tutti cerchiamo di fondere il corpo con l’evento musicale e se fosse il contrario?
Cioè desiderare di fondere il musicale che c’è in noi?
Il piacere di vibrare con tutto il corpo.
E se l’essere umano tendesse a musicare ciò che sente dentro e la musica non fosse altro che la traduzione di movimenti interni dei pensieri e degli organi? E gli organi non sono altro che i pensieri in forma di prosa e la loro musica poesia?
La musica come estensione del divino che permea l’umano, per ricordarci la connessione con un tutto più grande, infinito.
Se i bimbi desiderano fin da piccoli incorporare gli oggetti, per conoscerli, forse che Michele fa fuoriuscire per farsi conoscere?
Se l’incorporazione fosse un modo per trasferire conoscenza, forse la de-corporazione diventa altrettanto nobile per far emergere il proprio io. Se mangiamo i suoni, perché non potremmo anche defecarli?
Renderli qualcosa di aereo o liquido o corposo, materico, provandone un immenso piacere. Perché il processo è quello dell’attraversamento all’interno del nostro sé. Che attraversi per fuoriuscire o per entrare, sempre attraverso è.
E se la paziente autistica di Ginger Clarkson [3] afferma che gli starnuti fanno fuoriuscire  i sentimenti tristi, i peti non potrebbero assumere lo stesso senso catartico?
Lo stesso desiderio di far uscire sentimenti pesanti o fastidiosi potrebbe essere la spiegazione di quei sonori, sordi, fruscianti e difficoltosi peti.
I suoni possono acquisire valenze simboliche dalla loro connessione con la gestualità fonatoria e con la mimica articolatoria.
Il campo privilegiato della manifestazione del fonosimbolismo è quello delle esperienze sensoriali. Il simbolismo fisionomico si appoggia costantemente su quello sinestesico, utilizzando processi di trasformazione metaforica o sintomatica.
I suoni prelinguistici hanno sempre valenze espressive, valenze che generalmente perdono, una volta inseriti nel sistema linguistico, che ha adottato il principio dell’arbitrarietà, ma che sono pronte ad emergere quando il significato e la funzione della parola lo consentono.
Anche il singolo fonema è una costellazione di tratti e il privilegiamento dell’uno o dell’altro può dar luogo ad esiti espressivi differenti e talvolta opposti.
Ciò che caratterizza il fonosimbolismo è il modo di funzionamento.
Sia esso a servizio dell’espressione emotiva o della denotazione o conazione.
Il fonosimbolismo si identifica per il ricorso al modo analogico di utilizzare il mezzo linguistico rispetto a quello digitale o arbitrario.
Dumas[4] ha esaminato quali mutamenti le varie emozioni provocano nella voce umana, mostrando come esse influiscano sul volume, sull’altezza, sull’allungamento o accorciamento dei suoni, sulla posizione degli accenti.
Trojan[5] classifica le varie forme di emozione con due principali tipi di funzioni organistiche: “ergotrope”, attività rivolte verso l’esterno, “trofotrope”, connesse con il riposo, il godimento e la rigenerazione delle energie.
A questi tipi di funzioni sono associate tonalità emotive diverse.
Gli indicatori acustico-articolatori del contenuto emotivo che ci interessano sono:
  • pressione espiatoria e tensione della muscolatura articolatoria.
  • le vocali vengono accorciate e le consonanti allungate, l’intonazione assume l’andamento dello staccato, cioè durezza e aggressività rivolta all’esterno;
  • il registro di petto appare legato all’autoaffermazione, all’imposizione, al dominio sull’altro;
  • quando la qualità di fiato è elevata segnala una forte eccitazione psichica nel parlante o il suo essere sopraffatto dall’emozione.
I sentimenti ostili possono tradursi in manifestazioni in forma più sottile, tagliente, punzecchiante.
Il disgusto, la ripugnanza, il ribrezzo, appaiono modellati sui tipici gesti eversivi e sulle mimiche espressive che accompagnano la percezione di odori e sapori cattivi.
C’è riferimento all’attività olfattiva (rifiuto di ciò che puzza, che è maleodorante)  e a quella gustativa (rifiuto di ciò che ha cattivo sapore).
Un ulteriore gesto mimico nel quale trovano espressione i vissuti negativi di rifiuto, condanna, insofferenza, disprezzo è quello consistente nell’espulsione del fiato, come nelle onomatopee “uffa”, “fu”.
Tale gesto può esprimere simbolicamente un atto aggressivo.
Soffiare addosso all’oggetto del disprezzo, può essere letto come desiderio di proiettare all’esterno un contenuto interno penoso e rifiutato. E nel viaggio con Michele gli sbuffi sono stati oggetto di quotidiani incontri, la sua tensione nel petto, il suo percuotere fortemente  con il battente sulla conga, accompagnando il ritmo con un urlo che viene dalla gola e dal petto.
Nel dantesco canto XXI tutto diventa carne, sangue, sofferenza, materia, tatto e odore, voglia di scappare, pericolo fisicamente incombente. Un esempio assoluto di traduzione in termini poetici di ciò che ci spaventa ed è sgradevole.
Dante ha paura, Virgilio appare più tranquillo, tende a fidarsi.
I lessi dolentici riportano all’immagine dei cuochi, brutale e triviale immagine.
Preludio del più sconcio segnale di partenza che sia possibile udire.
Preparato dalla lingua stretta tra i denti dei diavoli a simulare il rumore del peto.
Poi nessuna simulazione, peto vero.
Michele, come Dante, vive il suo personale inferno puzzolente e lo esprime con i suoni duri della “z” e con sonori peti diabolici, che dividono ciò che è da scartare, per  armonizzare, forse, un caos interiore.

Chiara Delogu

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[1] Nome di fantasia,  in ottemperanza alla legge della privacy.
[2] Ginger Clarkson, (1998), Ho sognato di essere normale, Cittadella editrice Assisi, p. 100.
[3] Ginger Clarkson, (1998), Ho sognato di essere normale, Cittadella editrice Assisi, p. 138.
[4] Dumas,  La vie affective, Presses Universitaires de France, Paris 1948.
[5] Trojan, Der ausdruuck von stimme und sprache. Eine phonestische laustilistik, Verlag W. Maudrich, Wien 1948.