Amoroso Clemente, Ma che musicoterapista sarò? Breve elenco… disordinato

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Vorrei essere un musicoterapista, ossia una persona che:
  • promette poco e mantiene molto;
  • contribuisce a dare un piccolo aiuto ad affrontare e convivere con la sofferenza;
  • affronta le storie musicoterapiche che non hanno un lieto fine;
  • conosce anche altri ‘modelli’ teorici di riferimento per poter essere ‘accogliente’;
  • in contesti extraprofessionali o meglio extra accademici, dà una definizione pop (popolare, divulgativa) di musicoterapia;
  • facendo musicoterapia, dà un piccolo contributo terapeutico che può ben funzionare se contestualizzato nell’ambito di una terapia medica programmata che la ingloba;
  • diffida dei colleghi che non credono nei miracoli di Lourdes ma credono esclusivamente nei ‘miracoli musicoterapici’ poiché si ritengono... scienziati;
  • diffida dei musicisti che si proclamano terapisti solo perché pensano che fare musica li abiliti anche alla professione terapeutica, così come accade per altre figure professionali (es. psicologo /psicoterapeuta, ecc.);
  • non svolge sedute terapeutiche su una comoda poltrona. Di comodo può indossare solo degli abiti, sapendo che ‘l’abito (il camice) non fa il monaco (il musicoterapista)’;
  • sistematicamente  espleta una sorta di ‘burocrazia terapeutica’ (schede varie in e out, griglie di osservazione, protocollo  della seduta; è sempre consigliabile ed è la imemoria di ciò che si fa, così come una relazione di fine trattamento, anche se nessuno la leggerà, ecc.);
  • non pratica la musicoterapia breve, come percorso terapeutico;
  • cerca di realizzare il presupposto  di una terapia efficace, ossia di adattarsi “all’immagine del mondo dell’altro[1];
  • pratichi una musicoterapia che contempli anche altre prassi extramusicoterapeutiche;
  • crede di nonessere normale’;
  • monitora e ‘manutenziona’  la sua salute mentale;
  • è... ‘paziente’ di se stesso, prendendosi  costantemente in carica;
  • spende denaro per la Supervisione perché gli serve!
  • studia e si aggiorna così come fanno altri professionisti;
  • la sua è una professione relativamente giovane; un costante work in progress;
  • all’utopica costituzione di un albo professionale, preferisce semmai il punto di vista musicoterapico come paradigma clinico:niente di sicuro da tutti i punti di vista’;
  • sa fare ricerca per se stesso, senza ansia, sapendo che ciò che fa è una  ‘buona prassi’ anche… scientifica;
  • utilizza i dati per  testimoniare il lavoro svolto a prescindere dai risultati ottenuti e dal loro utilizzo;
  • con il laboratorio di musicoterapia, monitora anche il lavoro degli altri interventi clinici e riabilitativi (ed è una risorsa), sapendo che il miglioramento di una persona non è causato dall’esclusivo intervento musicoterapico;
  • esercita una professione atipica in cui obiettivi e punti di partenza variano a seconda delle problematicità di cui soffre la persona; cosicché il risultato terapeutico che ci si prefigge di raggiungere per una patologia  può essere  invece il punto da cui partirne con un’altra;
  • non può applicare sempre alla perfezione la propria prassi musicoterapica. Per cui il setting sarà spesso ‘un setting da campo.  A volte può capitare che la durata della seduta sia paradossalmente stabilita dal custode che deve chiudere il centro perché si è fatto tardi e non gli pagheranno lo straordinario o che, e mi è capitato, sentirà gridare dalla parete confinante, in piena seduta:<<La smettiamo di fare casino? Qui stiamo lavorando>>;
  • ha bisogno di un’infinita… pazienza.
Clemente Amoroso
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[1]P. Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, 2009.