Postacchini Pier Luigi, Spaccazocchi Maurizio, MUSICOTERAPIA: Scientifica o Umana?

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*Con questo scritto ci permettiamo di esprimere alcune considerazioni, maturate nel lungo corso degli anni che ci hanno visti coinvolti come docenti formatori nel mondo professionale della musicoterapia.
I tanti anni di lavoro nel settore, i costanti interscambi fra docenti e allievi, i tanti testi, articoli e saggi scritti e letti, i tanti convegni nazionali e internazionali presenziati, le tante tesi sostenute come relatori e le altrettante criticate come contro relatori, ci hanno portato a credere che, forse, la “postura” teorico-scientifica, o meglio ancora sarebbe dire: i vari modelli scientifici che le tante scuole di musicoterapia italiane e straniere, che le varie teorie scientifiche indicate da isolati gruppi di lavoro o addirittura da singoli operatori (musicoterapisti e musicoterapeuti), sono teorie che, crediamo, stiano sempre più rischiando di apparire altisonanti, appesantite, cariche di un sapere che spesso, invece di sintonizzarsi con le prassi, si allontana da queste, si trasforma in costrutto teorico incoerente, in un sapere che molto spesso impoverisce le stesse pratiche che dovrebbe, logicamente e con coerenza, sostenere.In queste nostre osservazioni e considerazioni non c’è assolutamente nessuna intenzione di offendere nessuno (scuole, docenti, operatori, ecc.), c’è solo un grande e appassionato invito ad una vera e propria importante riflessione sulla base di questo che crediamo possa essere un principio di base:per dimostrare valore, ogni vita, come ogni azione quotidiana o professionale, ha bisogno di praticare coerenza, e la coerenza è visibile in tante cose e quindi anche nel rapporto fra prassi e teoria.Siamo convinti che questo rapporto, in musicoterapia, nelle musicoterapie, abbia sempre mostrato un certo conflitto, poca linearità, quasi a voler far emergere, speriamo involontariamente, un’azione teorica limitata o a volte forse troppo ingigantita. Ecco quindi di seguito il nostro pensiero, le nostre riflessioni, sbagliate o corrette che siano per il lettore.     
 
Il problema
Da anni il mondo della musicoterapia si sta impegnando per disegnarsi addosso un abito sempre più scientifico. È il bisogno di rivestire le sue tante e diverse prassi con modelli o criteri scientifici che purtroppo, molto spesso, non le sono propri e forse nemmeno pertinenti, poiché le sue molte e variegate pratiche non sempre e non obbligatoriamente riescono a trovarsi in sintonia con teorie che cercano di contenerle e sostenerle e che, di frequente, sono riprese o interamente condivise da paradigmi esterni al mondo della musicoterapia stessa. A volte si potrebbe pure parlare di una vera e propria condotta schizofrenica fra il fare e il sapere in musicoterapia, in cui il sapere viene molto spesso indicato come un lineare tracciato teorico collegato alle prassi, come un leitmotiv è collegato intrinsecamente alla sua opera. No, non è sempre e nemmeno così evidente! Questa intrinseca relazione fra prassi e condotta scientifica, si potrebbe esasperare ancor di più se poi si tratta di un fare che è davvero intrinseco all’umano, al bisogno umano, alle relazioni umane che, appunto, proprio perché umane non possiamo pretendere che siano, di conseguenza, obbligatoriamente scientifiche, cioè nel senso che comunemente diamo alla parola scienza. E la musicoterapia è una di queste, è prima di tutto una prassi, una buona prassi almeno giudicando le operatività più diffuse e note. In breve ci sentiamo di proporre una serie di domande che mettono in evidenza il problema fra teoria e prassi nell’esperienza in musicoterapia e che, anche se non troveranno delle vere risposte in questo scritto, speriamo almeno che possano funzionare come stimolo per un dibattito, per uno scambio di idee sulle reali possibilità che la terapia musicale ha di essere o di attribuirsi il valore di pratica scientifica:
  • Quanta coerenza esiste fra l’impianto teorico e l’applicazione pratica della musicoterapia nei suoi vari settori di applicazione (neurologia, neuropsichiatria, psichiatria, età evolutiva, terza età, gravidanza, oncologia, malattia terminale, gestione del dolore, ecc.)?
  • In termini più specifici, tanto per indicare alcune note scuole, sulla base di quale criterio scientifico è possibile sostenere il concetto di ISO musicale benenzoniano?
  • Sulla base di quale criterio scientifico è possibile parlare di musicoterapia creativa nel metodo Nordoff-Robbins?
  • La musicoterapia è scientifica come prassi o diventa tale solo sulla base della formulazione di criteri applicativi che si rifanno più a teorie che, a volte, non le sono nemmeno proprie?
  • La musicoterapia, visto che esiste in modo tangibile come buona prassi, ha bisogno di scientificità per se stessa  o piuttosto perché ha l’ardire di essere riconosciuta in alcuni ambiti della sfera ufficiale della medicina?
  • E ancora, perché attribuire anche forzatamente un principio di scientificità quando le prassi in musicoterapia risultano essere umanamente corrette?
  • Se lo scopo della musicoterapia consiste nella ricerca del bene della persona e se le sue buone prassi sono utili all’uomo, perché spingere il suo saper fare verso una sapere teorico che di frequente non gli si addice?
  • E infine, ma è così impensabile una musicoterapia che si attesta semplicemente su un fare e sulla formulazione di un sapere umanamente corretti?
  • Ecc.

Con queste e altre possibili domande che sono semplici per quanto coerenti e motivate, vorremmo tentare di promuovere una visione delle prassi in  musicoterapia come un insieme di tanti modi di fare che piuttosto di essere sostenuti da principi teorico-scientifici “forzati” o “imposti”, siano sorretti da una corretta applicazione secondo i più comuni criteri di umanità, secondo i più semplici ed onesti mezzi e modi che la conoscenza, rac-colta dal cumulo di prassi, mette a disposizione dell’operatore, sia esso musicoterapista o musicoterapeuta. In altri termini, se la scienza si avvale di una forte credenza dei principi generali di un determinato campo del sapere, la prassi in musicoterapia si avvale della sua esperienza, della sua conoscenza, del suo stile relazionale, della applicazione di uno stretto rapporto fra qualità-quantità della materia sonoro-musicale e qualità-quantità dello specifico e ben determinato bisogno umano. La correttezza applicativa del fare in musicoterapia non ha bisogno di una teoria forzata, quanto piuttosto di una costante com-prensione e re-visione del rapporto fra il cliente, il terapeuta e il mezzo sonoro-musicale utile in quella sola, unica e umana relazione.   

 
È umano
È un bisogno dell’uomo tentare di tradurre in criteri logici, in pensieri coerenti le proprie esperienze, le proprie pratiche, il proprio saper fare in sapere più o meno teorizzabile, definibile come un ragionato insieme di espressioni che possano dimostrare un’avvenuta riflessione, una accurata meditazione, un’attenta analisi utile per valutare quanto e come quel fare sia o no passato attraverso il filtro del dire, del definire, del com-prendere. È insito in ogni uomo, in ogni cultura, il passaggio o meglio ancora la traduzione di una condotta del fare in condotta del capire, sintetica, riflessiva, raccoglitrice, analitica, modellatrice, che a diversi gradi, quantitativi e qualitativi, può anche definirsi pensiero teorico, corpus teorico.
 
Metodo scientifico VS Buone prassi
Crediamo però che ci siano dei distinguo da fare tra il bisogno di riflettere e di sintetizzare in scientia (termine latino per dire conoscenza) e il brutto costume di applicare anche a buone prassi l’etichetta di metodologie scientifiche, di paradigmi scientifici che avrebbero il compito di sostenere il valore di prassi e che, essendo già buone prassi, non avrebbero proprio alcun bisogno di essere marchiate come azioni scientificamente corrette. Senza addentrarci negli studi sulla scientificità della scienza (es. quelli di Thomas Kuhn[1] ed altri) che ci confermerebbero, tanto per citare qualche aspetto:
  • la labilità stessa del paradigma come concetto di base,
  • la forte credenza di una comunità in una matrice disciplinare che non sempre può definirsi storicamente e geograficamente scientifica,
  • gli strumenti e mezzi scientifici da utilizzare,
  • i principi filosofici e metodologici,
  • ecc;

possiamo dire che esistono delle pratiche umane che, proprio perché umane, vivono della loro pertinente caratteristica: unicità, varietà di bisogni, di modalità, di mezzi e di modi di fare e che, proprio per questa natura umana, non possono affidarsi ad una metodologia unica, standardizzata, ripetibile in più occasioni, quasi come una ricetta medica o, se vogliamo, di cucina. Infatti, tanto per fare un esempio banale, la stessa aspirina non fa gli stessi effetti a due diverse persone che accusano lo stesso male, come la stessa ricetta di cucina preparata in due diverse case non offre lo stesso identico risultato sia in termini di gusto che in termini di appagamento della fame a due persone se pur ugualmente affamate. Alcune volte abbiamo la netta impressione che certi principi metodologici applicati dalle tante scuole di musicoterapia siano quasi più scorretti e meno coerenti delle tante culture sciamaniche che da secoli hanno applicato la musica per curare i loro simili in stato di sofferenza. Se si pensa che la parola sciamano deriva dal tunguso-mancese (Russia, lago Bajkal) saman, originata dal verbo sa (che vuol dire sapere come nel francese savoir, nello spagnolo saber) e che dunque ci si affida ad una antica conoscenza o scientia, ci viene da pensare che a volte la musicoterapia non voglia avvalersi proprio del suo sapere, di una sua conoscenza motivata da buone prassi e che, al contrario, preferisca appellarsi a saperi extra, purché ritenuti o creduti come forti principi metodologico-scientifici. E inoltre giusto sapere che pure le parole inglesi witch e wizard (strega, stregone e maga, mago) derivano da una radice indoeuropea che significa vedere o sapere (che ritroviamo anche nel latino videre, nel tedesco wissen che vuol dire sapere) e che dunque alla base di queste pratiche popolari si intravedeva il senso di saggezza, di pratica condotta da un uomo saggio, da una donna saggia. Che la musicoterapia manchi di saggezza, in questo non affidarsi alla formulazione di teorie e conoscenze proprie? Che la musicoterapia abbia forse paura delle sue conoscenze acquisite negli anni? Che ci sia forse, da parte della musicoterapia, il timore di affidarsi alle proprie conoscenze acquisite dal momento che si appella alla credenza scientifica? Leo Rutheford definisce lo sciamanesimo come un sistema di non credenze che si avvale della profondità della valorizzazione della conoscenza acquisita nel superamento delle prove: “La conoscenza funziona, supera le prove e resiste al tempo, si rivela dall’interno, diversamente dalle credenze che si acquisiscono dall’esterno, dagli altri. Le guerre si combattono per affermare credenze, dogmi e dottrine, mai per la conoscenza.” [2] Perché allora non dare più fiducia alle proprie conoscenze, perché non modellizzare[3] le proprie prassi, perché non credere alle buone prassi che maturano nel tempo e con il tempo, piuttosto che “ammalare” il proprio fare con credenze scientifiche non proprie, con l’applicazione di criteri teorici che molto spesso non sono in sintonia con quello che ha di per sé una scientia, ovvero una conoscenza che si preferisce occultare piuttosto che farla emergere nella più sincera, onesta e umana chiarezza?

 
Alla ricerca forzata di un paradigma
Una cosa è riflettere nel tentativo di ordinare al meglio le proprie prassi, e un’altra è forzare il proprio saper fare per costringerlo ad incanalarsi dentro un paradigma scientifico che ben poco ha in comune con quelle prassi e che, di conseguenza, si dà forma ad una falsa relazione che sta in piedi solo nella mente di chi l’ha promossa o all’interno del gruppo dei “credenti”. Questa falsa relazione, nel momento in cui si attesta come base teorico-scientifica, marchia l’operatore musicale terapeutico di un falso saper essere che può quindi rendere critica e criticabile la sua stessa figura professionale globale.  Nella nostra cultura occidentale europea sembra manifestarsi, sempre con più frequenza, un vizio che potremmo definire con il termine di  patologia della mentalità scientifica: tutto quello che si pratica ha ragion d’essere solo se si appoggia ad un modello scientifico pre-costituito, che funzioni come un vero e proprio sostegno teorico, pensiero giustificante di un determinato insieme di prassi, comportamenti, osservazioni, relazioni, redazioni, mezzi, materiali, setting, ecc. È anche vero, purtroppo, che sembrano “vendersi” meglio le proprie prassi all’interno di un pacchetto teorico-scientifico che, più di altri, si avvale di una forte credenza da parte di una determinata comunità o del gruppo di addetti ai lavori.[4] Come è altrettanto vero che ogni forma di prassi, ha bisogno di tradursi pure in una riflessione, in un pensiero che tenta di ordinare, almeno coerentemente e con dignità umana, un modello comportamentale, un insieme di mezzi e di materiali, uno stile operativo e relazionale, ecc. Quindi tentare di raccogliere in criteri onesti e lineari il nostro fare è cosa utile purché non sia azione forzata, costretta, che serva solo a “vestire” chissà di quale scientificità ciò che umanamente avrebbe comunque lo stesso valore, senza per altro “sporcarsi” di teorie e paradigmi inutili, poco coerenti e corretti, dunque dis-umani. Una cosa è cercare di rendere sempre più corrette le nostre prassi e un’altra cosa ancora è “colorare” il nostro fare con assunti teorici, con finte coerenze che non provengono, non emergono realmente dal nostro reale operato. Secondo noi ogni scuola di musicoterapia, oggi che è ancora in tempo, dovrebbe rileggere con assoluta libertà e semplicità d’animo, i suoi basamenti teorici, le sue modellizzazioni, le sue teorizzazioni e chiedersi davvero, a mente sgombra e non colta da “falsa credenza”, quanto la sua “architettura teorizzante” sia in accordo con le sue prassi. Indossare abiti che non sono stati tagliati su misura, anche se questi sono belli e ricchi, è comunque mostrarsi per quelli che non siamo. E se a volte il corpus, il saper fare risulta povero non lo è perché è povera la sua prassi, ma perché lo impoverisce il suo abbigliamento teorico, quell’aurea che “colora” troppo ma che, nello stesso istante, “sporca” pure troppo la coerenza, l’umana sanità mentale che deve intercorrere fra il sapere teorico e il fare pratico. È questo il momento, crediamo, anche coraggioso ma altrettanto bello e liberatorio, per “scrollarsi” di tutti gli apparati teorici e metodologici che non sono palesemente in accordo con la nostre prassi in musicoterapia. È questo il momento di far “evaporare” quel pro-fumo teorico che rischia di far “puzzare”, nel tempo, la credibilità di una professione così difficile per quanto così umana (il nostro saper essere). È questo il momento di darsi una teoria, se pur semplice, se pur elementare, ma corretta, in sintonia, dedotta veramente dal fare e non dalle più ufficiali scuole di credenza e nemmeno da teorie esterne che possono sostenere un angolo o un sol punto di una ben più articolata pratica musicale terapeutica. Continuare a “sporcare” le prassi musicoterapeutiche con teorie improprie, con modellizzazioni iper-articolate, con schemi osservativi iper-minuziosi (su tematiche a volte marginali), con teorie o analisi del sonoro-musicale a volte banali e altre volte cariche di astruse e inutili complessità, ecc…, significa continuare a dare una idea irreale e impropria delle professionalità in musicoterapia, a mostrare incoerenze che prima o poi, come un boomerang, si rivolgeranno contro il mondo musicale terapeutico. La correttezza, la sanità professionale e mentale di una scuola (intesa sia come mentalità che come una vera e propria istituzione di formazione) si reggono sulla coerenza, sulla sincerità, e quindi, anche inevitabilmente, sulla giusta e interconnessa relazione fra prassi e teoria.           
 
Scientia descendit in mores
Se è vero il detto latino che dice: la conoscenza si traduce in consuetudini e che ora possiamo anche riformulare con il pensiero si manifesta attraverso i suoi prodotti, attraverso le sue prassi, è dunque altrettanto vero che le prassi, i prodotti del fare umano contengono un pensiero, sono espressioni di conoscenza. Una conoscenza che a volte, alcuni non sanno estrarre, ma che di fatto è lì presente, implicita, da esternare. Ecco allora perché un insieme di comportamenti non può venir giustificato attraverso una forzatura teorica, attraverso una costrizione che impone di interpretare un determinato saper fare come prassi sostenuta da un modello scientifico precostituito. Ogni pratica, ogni condotta attiva, se analizzata con coerenza e pulizia mentale, nasconde i suoi principi, i suoi criteri, le sue metodiche, la sua ragion d’essere. E una volta analizzata una prassi, e giunti pure ad una sua definizione di scientia (di conoscenza), non per ciò, abbiamo il diritto o l’obbligo di definirla come condotta che può avvalersi del marchio di scientificità. Quindi superando la patologia della mentalità scientifica, anche se non abbiamo l’obbligo di definire il nostro fare un fare scientifico, sapremo comunque con sicurezza di essere, sul piano professionale, molto più corretti nel nominare quel fare per quello che è, e cioè: quell’insieme di prassi che, nella loro applicazione, permette di ottenere un determinato risultato, in quel determinato contesto e con quei determinati soggetti. Poi, come abbiamo già detto, se si tratta di una prassi che lavora con la diversità, che è tra l’altro insita nell’uomo e tanto più nell’uomo diversamente abile, se si lavora con una materia aperta e vibrante come il suono e la musica, se si opera sulla base di prassi musicali che possono mutare di soggetto in soggetto a seconda delle sue dot-azioni, si comprende pure come una veste di rigida scientificità possa addirittura risultare umanamente e logicamente “antiscientifica”.
 
Musicoterapia umanamente corretta
È dunque umano ed è corretto cercare di interpretare il proprio fare, le proprie condotte, ma è altrettanto disumano e scorretto volerle “vendere” per quelle che non sono. Le buone prassi sono efficaci e giuste anche senza quel patologico marchio di falsa scientificità, impressa come una griffe sull’habitus professionale che indossiamo. Intendendo per habitus, l’habĕo, cioè quello che è stato da noi acquisito grazie all’esperienza. Da tutto ciò possiamo e vogliamo sperare che il rapporto fra il buon saper fare e buon saper essere della professionalità terapeutica possa, prima possibile, ri-formarsi con coscienza, dal latino conscièntia, formato da cum e scìre che significano essere consapevoli, cònsci. Si tratta di avere coscienza, di affrontare il rapporto prassi-teoria con una forte presa di coscienza e di conoscenza, che poi si traduce in quella reale consapevolezza di ciò che stiamo facendo, di ciò che sta avvenendo in noi e negli altri. La musicoterapia non ha alcun bisogno di appellarsi a scuole di scienza tout-court, ma ai tratti pertinenti di una con-scièntia, cosciente e consapevole, dunque logica e coerente. La terapia musicale non può far altro che affidarsi a quel cognòscere che permette di far emergere dall’esperienza cosciente la dote di selezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, del sano e dell’insano, del fare e del dire. Non può esistere al mondo una terapia musicale che si affida ad una cultura che vuol rendersi occulta, tendente cioè ad occùlere, a sottrarre con un velo agli occhi altrui, a nascondere! Un incoerente rapporto fra prassi e teoria porta, nel tempo e inevitabilmente, ad occultare la stessa coscienza professionale degli operatori, dei formatori, rendendoli in-coscienti, i-gnari, mancanti di quella consapevolezza che invece richiede una umana professione come quella di cui stiamo trattando. È un obbligo di tutte le figure professionali di questo settore: fare in modo che la musicoterapia non sia ignobile (dal lat. in privativo e gnòbilem, nòbilem, conosciuto e nobile) e che quindi s’avvicini sempre più ad acquisire una nobile conoscenza, cioè ad assumere quella consapevolezza e quella coscienza che possono renderla sempre più coerente, più logica, più sana, quindi più gnòbile e nobile. Ecco perché è giusto scendere dal piedistallo di una falsa o pesante scientificità, per salire su quello, ancora più alto, di una corretta umanità.                
Pier Luigi Postacchini, Maurizio Spaccazocchi

*Contributo pubblicato  in:
http://www.progettisonori.it/spaccazocchi/Musicoterapia/index.htm
[1] Cfr. Kuhn T., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 1999; Le rivoluzioni scientifiche, Il Mulino, Bologna, 2008, ecc.
[2] Rutheford L., Sciamanesimo, Ed. Armenia, Milano, 1996, p. 16.
[3] Noto fu il tentativo di modelizzazione svolto da Mauro Scardovelli sulle prassi della musicoterapeuti Giulia Cremaschi, le cui prime riflessioni sono presenti in Scardovelli M., Il dialogo sonoro, Cappelli, Bologna, 1992, pp. 125-136.
[4] In questi casi, quando la credenza è solo forte credenza senza rapporti con una buona prassi, la distinzione  fra musicoterapia e setta musicoterapeutica è davvero labile.