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Cavallini Daria, Diario di un’esperienza di musicoterapia di gruppo con gli adolescenti

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Lo spazio musicoterapico... vissuto

Gli incontri, a cadenza settimanale, si sono svolti nell’aula del C. I. C. (Centro di Informazione e Consulenza) che non è molto confortevole per dimensioni e arredamento, ma è posizionata distante dal cuore dell’edificio per cui il volume della musica o delle improvvisazioni non disturbavano eventuali lezioni pomeridiane.
Lo strumentario era composto da conga, jambè, bonghi, metallofono, xilofono, maracas, bastone della pioggia, bastoncini, cabaza, tamburello, ghirò e altri piccoli strumenti che mi hanno riportato dal Brasile, tra cui un birimbao, posizionati al centro del circolo formato dalla disposizione delle sedie.
 
Daria Cavallini Piantina con legenda
 
Patrizia, Bibiana, Viola
Il gruppo, di cui si tratterà in questo lavoro, era formato da tre ragazze frequentanti l’ultimo anno di scuola e appartenenti alla stessa classe e per le quali, nel rispetto della privacy, saranno utilizzati altri nomi:
  • Patrizia, diciottenne, ha rivelato di aver iniziato a mostrare la sua sofferenza (rabbia) in famiglia, con annessi sensi di colpa, a causa di tensioni familiari aggravate dalle precarie condizioni del padre. Patrizia tollera malvolentieri la presenza di Viola in classe.
  • Bibiana, diciottenne, condivide l’appartamento con una ragazza più anziana di lei. Ha rapporti sporadici e conflittuali con la famiglia d’origine e frequenta gruppi sociali “decisamente disinibiti”. Vive continui sensi di colpa per cui si era decisa ad entrare nel gruppo dopo i colloqui avuti all’interno del C.I.C., perché voleva capire qualcosa di più su se stessa.
  • Viola, ventenne, ripetente e nuova compagna di Patrizia e Bibiana. Ha dichiarato di voler capire un po’ meglio le sue dinamiche perché tendeva facilmente ad arrabbiarsi e, per questa ragione, ha chiesto di entrare nel gruppo. È una ragazza piuttosto diffidente e mostra difficoltà relazionali con coetanei e adulti.
Tutte e tre le ragazze avevano frequentato il C.I.C. e, venute a conoscenza della possibilità di seguire un percorso musicoterapico, avevano deciso di aderire alla proposta mia e della dottoressa formando un piccolo gruppo.
Gli incontri prevedevano un’accoglienza sorridente da parte nostra, che aspettavamo le ragazze nella stanza già predisposta nell’arredamento; era importante creare un ambiente accogliente che non fosse percepito come giudicante ma, al contrario, rassicurante nel totale rispetto del segreto professionale, in particolare per Bibiana – la più problematica delle tre – da come si evincerà in seguito.
 
Io conduttore del gruppo: consegne e accoglienza
Il primo incontro fu caratterizzato – in prima istanza – dalla conoscenza del gruppo con la presentazione di ognuno e la motivazione alla partecipazione e dall’osservazione, da parte mia, dell’approccio allo strumento, alle sonorità emergenti e alla loro eventuale integrazione.
Dopo questo primo momento spiegai loro che ci sarebbe stata una prima parte dedicata ad una piccola improvvisazione e una seconda dedicata alla verbalizzazione di quanto avvenuto nel rispetto dei tempi e del desiderio di ognuno di parlarne, dopodiché le invitai a cercare lo strumento che le attirava di più.
La conclusione della produzione musicale sarebbe avvenuta con un gesto di chiusura a cerchio delle mani da parte mia.
 
La “corazza” musicale di Bibiana
Bibiana si alzò per prima e prese la conga mettendosela tra le gambe, si curvò su di essa e, girando il volto verso la sua sinistra con lo sguardo rivolto a terra, diede il via proponendo un ritmo binario ad altissima intensità e velocità media.
 
Daria Cavallini Il ritmo di Bibiana
 
Questa posizione e questa modalità sonora caratterizzò tutto il momento musicale – e tutti gli altri incontri – senza mai permettere a nessuno di incrociare il suo sguardo fino al decimo incontro.
L’unica variazione era data dalla scelta dello strumento alternata tra la conga e lo jambé.
 
La dolcezza musicale di Patrizia
Patrizia scelse il metallofono, come era già avvenuto nel precedente gruppo di cui aveva fatto parte, e iniziò a fare accordi di terze e di quarte alternati al battere tre, quattro volte sul sol e glissati che andavano dai registri gravi a quelli acuti e viceversa imprimendo una forza centrifuga al movimento.
Ogni glissato terminava con il battente che veniva levato lateralmente verso l’alto quasi che dal glissato partisse qualcosa spinto verso l’esterno.
 
Daria Cavallini Patrizia glissandii
 
Rispetto al percorso precedente manteneva la stessa modalità sonora, ma diversa era l’intensità che da forte costante era diventata mezzo forte fino a sfiorare il piano e l’energia investita sullo strumento; i battenti venivano calati sui tasti con meno forza rispetto a prima, anzi in alcuni momenti, coincidenti con il piano, sembravano quasi accarezzarli.
Diversa era anche la postura e la mimica del viso: Patrizia non più piegata verso lo strumento con il volto accigliato e lo sguardo cupo e fisso sui tasti, si appoggiava rilassata alla spalliera con un lieve sorriso che le aleggiava sul viso e cercava spesso le altre con lo sguardo, allargandolo quando incrociava il mio.
 
Il desiderio musicale di Viola: interagire con Bibiana
Viola si guardò intorno, cominciò ad osservare e toccare alcuni strumenti che, forse, non aveva mai visto (birimbao, cabaza e ghirò) scegliendo infine lo jambè.
Lo posizionò tra le gambe appoggiandosi con la schiena alla spalliera della sedia e iniziò a sfiorarlo con le dita, sembrava quasi accarezzarlo… e, vagando con lo sguardo su ognuno di noi fino a fermarsi su Bibiana, iniziò a produrre un piccolo ritmo di quattro quarti a bassissima intensità che riuscii a rilevare in quanto ero posizionata al suo fianco.
 
Daria Cavallini Il ritmo Viola
 
Io, Patrizia, Bibiana e Viola: emozioni musicate ed espresse
Questa produzione durò all’incirca venti minuti durante i quali cercai di rispecchiare sia la produzione di Bibiana che quella di Viola. Provai ad entrare in contatto con loro (avevo i bonghi) inserendomi con un piano – tempo due quarti ma la prima non me lo permise dato che non alzava mai lo sguardo, né notai spostamenti anche lievi della postura che indicassero comunque un ascolto di altre sonorità, mentre la seconda se ne accorse e sorridendomi iniziò a rispecchiarmi con un pianissimo aumentando poi l’intensità.
 
Daria Cavallini Il ritmo Daria
 
Patrizia ci ascoltò per qualche secondo, sospendendo la sua produzione, dopodichè si inserì tra noi.
Era difficile capire quanto emergeva in quanto Bibiana continuava con la sua altissima intensità però, ad un certo punto ebbi la sensazione che l’aria fosse carica di suoni ad alta intensità, ma armonici tra loro, sensazione poi confermata anche dalle altre nella fase verbale.
Al termine ognuna di loro disse di essere stata bene e di aver avvertito quel momento di produzione comune.
 
Riflessioni in équipe
Questa modalità si ripeteva incontro dopo incontro e lentamente iniziai ad avere la sensazione che quei piccoli e brevi attimi di armonie fossero in una qualche maniera dominate da Bibiana, infatti lei non volgeva mai lo sguardo verso di noi e continuava a suonare come sempre, per cui pur senza volerlo eravamo noi che, ad un certo punto, entravamo nel suo ritmo ossessivamente costante.
Era come se il suo sé si fosse, nel tempo, costituito circondato da cancelli che racchiudevano la sua sofferenza emotiva disconoscendo il suo esistere con gli altri.
Quella sofferenza e quella rabbia – probabilmente originatesi nell’infanzia – emergevano in tutto il loro urlo sonoro attraverso lo strumento che, non più un mediatore sonoro, diventava prolungamento di se stessa non permettendo quindi a nessuno di accoglierla, per poi aiutarla ad accogliersi.
Avevo la sensazione di trovarmi in un vicolo cieco, di aver anche noi dato vita ad una circolarità ripetendo ogni volta le stesse modalità comportamentali e sonore.
Mi interrogavo su ciò che provavo e se quanto provavo, in termini di impotenza, stesse ulteriormente bloccando lo sviluppo di una relazione.
Nel frattempo però, nonostante questa modalità si presentasse sistematicamente, la relazione tra Patrizia e Viola stava lentamente prendendo vita.
Infatti avevo notato, più di una volta, che le due ragazze si erano offerte rispettivamente il proprio strumento e che verso il quarto, quinto incontro avevano iniziato a guardarsi, ad osservare e ad ascoltare l’una quello che faceva l’altra cercando di sintonizzarsi.
Vi erano piccoli momenti in cui Viola, ad esempio, sospendendo la sua improvvisazione si volgeva verso Patrizia chinandosi leggermente verso di lei e si poneva al suo ascolto, quindi riprendeva a suonare provando ad accompagnarla.
Spesso insieme mi guardavano e guardavano Bibiana intenta a fissare il pavimento.
È difficile descrivere cosa esprimessero i loro volti… è quell’ineffabile non traducibile in parole, ma avevo la sensazione che per un attimo sorgesse la speranza di vedere la compagna incrociare il loro sguardo, speranza che, se tale era, rimaneva puntualmente delusa ed ecco allora nascere quel momento di armonia comune a tutte e tre… forse un inconsapevole desiderio di sentirsi unica cellula?
Parallelamente però le due ragazze, unite in un rifiuto inconsapevole di Bibiana, si stavano forse trovando.
 
Guardare e sentire con la pelle!
Quando si lavora con un gruppo capita che un movimento, un lampo negli occhi di qualcuno, sfugga all’osservazione, ma a volte accade che l’invisibile agli occhi diventi un “guardare ed un sentire con la pelle” per cui, quasi richiamati da una forza ci si giri e si colga quell’attimo che ti fa nascere domande o trovare risposte (ed io me ne ponevo in continuazione di domande!).
Tutto questo fino al decimo incontro!
Quel giorno Bibiana arrivò e come sempre prese la conga posizionandola tra le gambe e… non la toccò.
Questo mi lasciò un attimo sorpresa, ma rivolgendomi con lo sguardo verso le altre ragazze attesi che attaccassero, per poi entrare anche io.
Viola prese lo xilofono e iniziò a dar vita ad una piccola melodia in quattroquarti su cui Patrizia si inserì con il metallofono partendo dal sol e muovendosi con la sua modalità sonora sintonizzandosi con Viola e infine io con lo jambè creavo l’armonia.
 
Daria Cavallini La melodia Viola con lo xilofono
 
Ci guardavamo e i loro sguardi manifestavano piacere per quella improvvisazione.
 
Il battente sul naso
Mi posi la prima domanda: “Sta avvenendo perché Bibiana non suona?” e mentre stavo cercando una ipotetica risposta volsi lo sguardo verso quest’ultima che ci fissava con il viso contratto e le braccia strette al petto.
Presi allora un battente e glielo porsi invitandola, lei mi guardò un attimo, lo prese e con forza me lo diede sul naso!
Provai un forte dolore e d’istinto presi un altro battente calandolo sulla sua testa o meglio mimando tale gesto perché, in realtà, non impressi forza e accompagnai il gesto con un sorriso.
In seguito mi chiesi come mai avessi risposto con quella modalità e credo di aver, in un certo senso, cercato di rispecchiare il suo gesto (naturalmente spogliato della violenza), visto che per la prima volta era accaduto qualcosa di diverso.
Ebbi la netta sensazione che mi avesse scaricato addosso una forte aggressività, forse per averla invitata, comunque si scusò immediatamente ma rifiutò categoricamente di unirsi a noi rimanendo ad osservarci fino alla fine.
Credo inoltre che le altre due ragazze abbiano per qualche secondo sospeso l’esecuzione, per poi ricominciare come niente fosse nel momento in cui le ho di nuovo guardate cercando di rassicurarle con lo sguardo e la mimica del viso.
Durante la verbalizzazione Bibiana prese immediatamente la parola e mi appellò severamente accusandomi di essere sempre disponibile ed accogliente.
Le risposi che questo, oltre ad essere una mia modalità relazionale, era anche il mio ruolo in quel contesto.
Non le andò bene e continuò a perseverare nella sua idea pur non trovando sostegno da parte delle altre.
Dopo quell’incontro cominciò a non venire più adducendo motivazioni, all’apparenza valide, tipo impegni di studio, di lavoro ecc.
Avevo la certezza che la stavamo perdendo e consultandomi con la dottoressa decisi, in un certo senso, di stravolgere la dinamica degli incontri.
 
Musiche ascoltate: emozioni espresse e condivise...
Proposi alle altre, pregandole di comunicarlo anche a Bibiana, di utilizzare al posto degli strumenti l’ascolto di brani, alcuni proposti da me altri portati dalle ragazze stesse, chiedendo poi loro di segnare, immediatamente dopo l’ascolto, su di una scheda – ideata dal prof. Bonardi – le emozioni provate ed eventualmente aggiungere qualcosa di personale su un altro foglio.
Al termine di questa operazione si sarebbe dovuto riportare verbalmente quanto esperito e l’incontro si sarebbe poi concluso con un brano di saluto proposto dalla sottoscritta; in genere si trattava di pezzi formali melodici con metro lento a medio-basse intensità, lo strumento prevalente era il pianoforte.
L’intento era quello di contenere quanto emerso precedentemente restituendo, laddove necessario, una carezza musicale.
Accolsero con piacere l’idea e di nuovo si ricompose il piccolo gruppo di partenza.
 
“Les tambours du Bronx”
Partii facendo ascoltare un pezzo dal titolo “Les tambours du Bronx” che, nelle sonorità e nel ritmo richiamava la modalità espressiva di Bibiana (per ascoltare il brano proposto clicca su questo collegamento https://www.youtube.com/watch?v=u9_IRApIiZU).
Al termine, dopo aver compilato la scheda, fu proprio lei la prima a prendere la parola affermando che le era piaciuto perché le aveva dato grinta ed energia, ma aggiunse anche che le era venuta l’immagine di un’impiccagione senza che quest’ultima le suscitasse fastidio o tristezza e concluse dicendo che era contenta perché questa nuova modalità le piaceva molto.
Patrizia e Viola, invece, non apprezzarono l’evento musicale a causa della ripetitività del ritmo e, in particolare a Viola, dava un senso di angoscia.
Mi tornarono in mente gli incontri precedenti e il mettersi in sintonia con Bibiana… forse era quello il motivo per cui ci si sintonizzava con lei?
Forse per non sentire l’angoscia di quel ritmo circolare e dominante?
Forse.
Ad ogni incontro ognuna portava il suo brano da ascoltare e di cui dialogare e piano cominciò ad emergere un piccolo contatto con il proprio mondo emozionale, con il proprio senso di inadeguatezza rispetto alle figure genitoriali, con i propri sensi di colpa per situazioni di vita vissuta che non venivano raccontate, ma di cui venivano messi in luce ed elaborati i contenuti emotivi.
Ora, avevo la sensazione che la relazione stesse prendendo forma, che le ragazze lentamente cominciassero ad accogliere il proprio lato oscuro mentre anche io, insieme a loro, facevo il mio percorso di musicoterapista e di persona, ma… dopo sei, sette incontri Bibiana cominciò a manifestare una ’… forma di condotta agita, nota come “acting out”, considerata una condotta di fuga di fronte all’affetto (o alla sua rappresentazione), che risulta sgradevole alla coscienza del soggetto… agendo ci si oppone alla presa di coscienza evitando così l’insight, l’essere dentro.’1
Di nuovo si riproponeva uno scenario conosciuto: con i suoi ‘agiti’ improvvisi e forti Bibiana ‘dominava’ tutto il gruppo condizionando il comportamento di Patrizia e Viola che, probabilmente per celarsi anche a se stesse, tendevano ad assecondare i suoi atteggiamenti per cui, se Bibiana si addormentava parlavano a bassa voce; se improvvisamente si alzava simulando una danza l’accompagnavano con le mani; se lei diceva che ci voleva una bella sbronza, mimandone gli effetti, si sbellicavano dalle risate supportando così tutte le sue azioni.
Pur non reagendo con rimproveri cercavo di riportare l’attenzione su quanto stavamo facendo con una certa autorevolezza, non scevra di fatica, ma ci sono stati momenti in cui ho pensato di essere in un vicolo cieco, in cui mi sono sentita stanca e frustrata.
La mia fantasia era che ci fosse in atto una battaglia tra lei e me, tra lei e ciò che investiva su di me: una battaglia in cui si contrapponevano strategie di attacco e di difesa; probabilmente cioè ogni qualvolta Bibiana sentiva che stava rischiando di entrare troppo dentro se stessa, di contattare quel lato celato alla sua coscienza emotiva.
 
In équipe: riflessioni e... scelte
Mi consultai nuovamente con la psicologa, la quale mi consigliò di sfidarla, di metterla di fronte a qualcosa che parlasse del suo malessere, delle sue relazioni falsate con gli uomini e con il padre in particolare.
Cominciai così a cercare un evento musicale che contenesse queste caratteristiche e scelsi “Gli uomini non cambiano “ di Mia Martini…
Il brano, dal metro lento, tratta temi legati al rapporto con il sesso opposto a cominciare da quello paterno; la voce della cantante roca e sofferente dal mio punto di vista evidenzia, con maestria, quanto lei stessa sia stata invischiata in questa dinamica affettiva e relazionale.
Per ultimo, ma non per questo meno importante, ho compreso che è vero che quando si sceglie un brano si deve cercare di essere obiettivi, ma è altrettanto vero che in ogni scelta c’è sempre un po’ di noi, come ci ricorda il professor Bonardi: “ Non si può accogliere l’altro se non si impara prima ad accogliere se stessi ”.
Sapevo che Viola e Bibiana sarebbero mancate ad un incontro di lì a poco e scelsi proprio quel giorno per proporre il brano, così Bibiana non si sarebbe sentita supportata dalle compagne qualora avesse messo in atto un “acting out”, però ero anche un po’ preoccupata in quanto non potevo ipotizzare la sua reazione nel trovarsi da sola.
Arrivò invece tranquilla e serena, non so spiegarlo, ma avevo la sensazione che essere, in un certo senso, al centro dell’attenzione le facesse piacere.
Misi il “pezzo” e attesi.
 
Gli uomini non cambiano...
All’attacco della voce della cantante, (per ascoltare il brano clicca su questo collegamento https://www.youtube.com/watch?v=auRu7Eenjao; per leggere gli accordi e il testo della canzone clicca su questo collegamento http://www.la-chitarra.it/spartiti/martini-gli-uomini-non-cambiano-accordi.html) Bibiana spalancò gli occhi e mi guardò, non fece un gesto, sembrava inchiodata alla sedia.
Sul suo viso si alternarono espressioni che mi parlavano di lotta tra il desiderio di scappare e quello di rimanere poi, piano le si inumidirono gli occhi e lentamente una lacrima iniziò a scendere.
Non diceva nulla, non si muoveva, solo i suoi occhi nei miei e quelle lacrime.
Percepii la sua sofferenza e me ne dolsi mentre mi risuonava dentro ma speravo _ e ne avevo timore _ che forse così avrebbe cominciato a prendersi per mano.
Trascrivere l’ineffabile a volte è arduo compito, non sempre riuscendo la parola a trasmettere quel tuo contenuto o quella tua sensazione e forse solo la musica, che con l’ineffabile dialoga, può farlo.
Al termine non fece nulla, non si mosse, non scrisse…, rimase ancora un po’ in silenzio ed infine un fiume di parole la travolse.
Raccontò della sua solitudine, del rapporto difficile con il padre di cui aveva paura, della madre che amava e odiava perché sottomessa al marito, delle punizioni ingiuste, della sua dipendenza dell’amica Liana che adorava e di come cominciasse a capire che se da un lato era succube, dall’altro faceva in modo che gli altri, i ragazzi in particolare, esaudissero le sue aspettative quando lo desiderava perché questo la faceva sentire forte.
Raccontò del bisogno di bere, di come sotto l’effetto dell’alcol si sentisse libera di fare ciò che voleva senza condizionamento alcuno…, raccontò, raccontò, raccontò.
La lasciai “sfogare” fino a quando si calmò e solo in quel momento le feci una carezza cercando di trasmetterle tutta la tenerezza e la comprensione di cui ero capace.
Avrei voluto dirle: “Benvenuta…”, ma tacqui, lasciando che tutto parlasse tranne… la parola.
 
Epilogo
Dal quel momento il gruppo si evolse e parallelamente migliorarono anche i percorsi didattici e le relazioni delle tre ragazze con i compagni e con gli insegnanti.
L’ultimo incontro fu molto toccante, avevamo la consapevolezza di una strada percorsa insieme, di aver lasciato qualcosa di noi e di aver preso qualcosa da ognuno, ma soprattutto di aver iniziato – chi più e chi meno – a percorrere quella via che porta dentro di noi e che dà senso al nostro esistere.
Patrizia è diventata una ragazza molto più serena, che ha compreso di non dover sempre sorridere o urlare, ha capito che si può imparare ad esprimere ciò che si ha dentro affrontando la paura di sbagliare o di non obbedire.
Viola ha imparato a dominarsi, ha ammesso la sua paura di non valere nulla, di essere gelosa del rapporto del padre con il fratello e di aver avuto determinati comportamenti perché dietro quelle azioni c’era solo il bisogno di urlare la propria esistenza e che aveva voglia di essere amata per quello che era.
Questa consapevolezza l’ha portata a relazionarsi meglio con se stessa e con gli altri ricevendo gratificazioni sul suo percorso maturativo e scolastico.
Vorrei anche aggiungere che l’antipatia iniziale di Patrizia verso Viola si è trasformata in sincero affetto e le due ragazze sono molto unite; questo mi dà la conferma di come l’altro viene investito di ciò che, in realtà appartiene solo al nostro vissuto e solo imparando ad accogliere il nostro sé siamo in grado di accogliere l’altro da sé.
Bibiana ha ancora tanta strada da percorrere, ha appena iniziato, ma qualche piccolo atteggiamento è cambiato.
Mi rimane la consapevolezza che per lei sarà difficile, ma non impossibile.
A me rimane la certezza di dover sempre più entrare in contatto con il mio lato oscuro, per accoglierlo ed amarlo così com’è senza dover interpretare ruoli che, probabilmente, non mi appartengono fino in fondo, perché solo così posso essere in grado di saper accogliere e rispettare gli altri per ciò che loro stessi si concedono di esprimere.

Daria Cavallini

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1Marcelli D., Bracconier A. “Adolescence et psychopathologie”, Masson, Paris 1983, trad. It., “Adolescenza e psicopatologia”, Masson, Milano 1996, p. 95.