Delogu Chiara, In ascolto

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“Una delle parti più difficili del mio addestramento
è stato imparare ad osservare senza giudicare e
senza essere coinvolto emotivamente.

Ma è proprio questo il modo
in cui possiamo utilizzare il nostro potere,
in modo da poter veramente aiutare la gente.

Possiamo essere molto più d’aiuto
se siamo abbastanza forti
da sollevare lo spirito di chi soffre,
impedendo alle nostre emozioni
di unirsi al dolore.

Questa esperienza è chiamata empatia:
mettere la nostra mente,
ma solo la nostra mente,
nella situazione di una persona in difficoltà,
mentre noi restiamo in un luogo sicuro,
cercando di portare con noi
anche la persona che soffre.”
.
Cuore dOrso   “Il vento è mia madre[1]
 
Così parte il mio viaggio.
Mi trovo al C.B.D. (Centro Bresciano Down), una struttura che accoglie e si prende cura di bambini, diversamente abili, dall’infanzia all’adolescenza. 
Il mio percorso musico... terapico, che scoprirò solo in seguito essere un viaggio dentro di me, dentro i suoni, i miei silenzi assordanti, mi porta a conoscere Daniele, Diego, Beatrice, Paola e infine Michele.
I primi passi tentennanti sono destinati a capire chi sono, come ascolto, cosa provo, come vivo il mio essere fuori dal gioco. 
Sono i miei occhi che prendono il sopravvento, poi il mio essere in uno spazio, lo spazio che contiene l’azione, il tempo mio,  il tempo dell’altro, la mia frustrazione e infine la musica.
Rifletto... Chirone è un antieroe. Vince grazie alla propria fragilità. Riesce a diventare empatico e a guarire gli altri, solo quando non cerca più a tutti i costi di affermare la propria intelligenza e il proprio talento.
Raggiunge la supremazia, l’unione con il tutto, solo quando, anziché combattere il dolore, lo accetta.
E di fronte all’impossibilità di guarire mi sento piccola, piccolissima e comincio a capire l’importanza del prendersi cura.
Sono questi i sentimenti che vivo nel mio osservare.
L’immagine dell’impotenza è costante.
Dopo innumerevoli domande su chi sono, su come ascolto, su cosa ascolto, se davvero sto osservando l’altro, se sono attenta, mi abbandono al nulla.
Non più domande, ma solo presente, non più architetture mentali, solo pelle. 
Il viaggio mi porta a considerare quanto è meraviglioso accettare le mie parti dolorose, rotte, i cocci.
Mi sovviene la favola del contadino che tutti i giorni si reca alla fonte con il suo ciuchino sulla cui groppa sono poggiate due anfore: una nuova bellissima  e una vecchia e buca. L’anfora vecchia perde acqua ed è affranta, si sente inutile, brutta. Disperata chiede al contadino perché non la sostituisce con una nuova. Pazientemente il contadino le suggerisce di guardare il tragitto e osservandolo scopre che l’acqua che lei perde ogni giorno è fonte di vita per fiori meravigliosi che crescono al suo passaggio.  Mi piace pensare che le anfore incontrate in questo percorso abbiano dato vita a fiori che popolano il mio giardino interiore. Fiori che sono colorati di rispetto, fiori che mi hanno insegnato a saper vedere e a saper ascoltare senza giudizio, senza voler cambiare. Piuttosto cercando di modellare il mio modo con quello dell’altro nel rispetto del pensiero e del sentire altrui. La tolleranza è una magnifica virtù. Senza tolleranza non c’è creatività, non c’è amore. Non c’è possibilità di cambiare e di crescere. Lasciare che l’altro sia libero in questo spazio, avere fiducia che possa inventare da sé il proprio destino. Se lo spazio c’è, può respirare e vivere. Questo è il rispetto che sto imparando.
Scopro il lato affascinante dell’osservare, dell’ascoltare: tu scruti un altro e ti ritrovi nei tuoi ricordi, nella tua pelle, nelle tue viscere.
C’è sempre un profumo che risuona in te e sembra che ti scivoli addosso e invece penetra fino al cuore. Si addentrano i ritmi ossessivi, i gesti lenti, le paure, la rabbia, la sensualità, l’allegria,  i pensieri rigidi, tutti figli di un unico sentire, di una grande mamma che nutre e figlia in continuazione.
Il pensiero rigido dell’altro mi ricorda le mie rigidità, le mie barriere, le mie paure.
Come si fa a permettere all’altro di respirarti se tu stesso non te lo concedi?
Come si fa a fidarsi?
L’unica risposta che sono in grado di darmi è che ci si deve abbandonare al sentire, al cuore.
E nell’ascoltare, nel vivere quello spazio tutto permeato di grandi emozioni contrastanti mi sono sentita, a volte inutile, altre debolissima, inadeguata, impotente, altre teneramente coinvolta, altre ancora un pezzo d’arredamento, e spesso di fronte ad un enigma, un rebus: cosa pensa?
Perché si muove così?
Perché suona così?
Perché utilizza quello strumento?
Perché, perché, perché...
Bonardi[2] sostiene che: “... l’ascolto non è un’ovvietà, ma è un’attività intenzionale: un atto di volontà e che ascoltare vuol dire accogliere se stessi per accogliere l’altro.”. 
Se gli stati danimo e gli atteggiamenti non vengono compresi ed elaborati da parte degli operatori portano ben presto ad una paralisi della relazione ed alla totale incapacità di facilitare e consentire positive evoluzioni ed integrazioni della personalità del soggetto.
È necessario conoscere tali stati per familiarizzarsi con essi e consentire adeguate condotte di risposta e forme di elaborazione positiva dei vissuti e dei momenti interattivi.
Infatti, se il pensiero  è bloccato,  non è possibile progettare né ipotizzare interazioni costruttive; mentre le emozioni vengono troppo liberamente ed aggressivamente espresse senza consentire apprendimento.
Qualora siano invece ben comprese è possibile esprimerle in forma comunicativa e regolarne l’espressione.
Decido che è giunto il momento di far pace con me stessa, con le mie debolezze.
Questo è uno dei primi doni che mi vengono regalati. Accolgo me stessa e le mie fragilità, per accogliere meglio l’altro.
Tomatis[3], nel suo saggio L’orecchio e la voce, sostiene che lascolto è una facoltà che è allo stesso tempo una porta aperta sulla coscienza e unapertura della coscienza sul campo della percezione..
Pone l’attenzione sulla differenza che passa tra sentire e ascoltare, dove sentire significa avvertire il suono e prenderne coscienza, mentre nell’ascolto partecipa una parte di volontà che agisce immediatamente, cambiando l’atteggiamento mentale, così come le posture dell’ascoltatore.
Tendere l’orecchio significa allora, tendere il corpo, sollecitarne il sistema nervoso e ascoltare implica un impegno totale del corpo.
Queste riflessioni mi sollecitano ulteriori interrogativi.
Sono una buona ascoltatrice?
Guardo me stessa per quella che sono?
Accetto di scoprirmi?
L’ideale di un uomo saggio è un orecchio che ascolta, sosteneva Siracide.
Mettersi ad ascoltare significa non assumere una postura sbagliata, non essere in uno stato di cattiva disposizione d’animo o di malattia, ma esserci volontariamente. 
E  ‘volontariamente’ è un vocabolo abbastanza ingombrante, senza dubbio perché viene frainteso. Sottintende l’azione, l’agire in tutte le sue forme, tutto ciò che ha prospettive di divenire.
Come la vita stessa, che si esprime essenzialmente nel divenire, la volontà sembra essere appunto una delle espressioni dinamiche della vita.
L’atto di volontà in realtà non esiste, essendo la volontà in quanto tale un atto.
È un processo liberatorio... se tutto andasse per il meglio l’uomo sarebbe indotto a uno stato di ascolto permanente, l’uomo sarebbe un’antenna permanentemente in ascolto. Dunque di che cosa si tratta?
Si tratta dell’altro e di se stessi.
Di una profonda disposizione ad ascoltare tutto fino nel profondo dell’universo e oltre i limiti del nostro intendere, per scoprirvi la fonte di ogni energia, di ogni mutamento, di ogni forma di vita, di qualsiasi tipo di vibrazione.
Solo così si può essere capaci di ascoltare l’altro come noi stessi.
In questa immensità nella quale siamo immersi e che costituisce il cosmo, noi siamo certamente un niente, ma un niente che ascolta. Grazie a questa dimensione particolare, l’uomo è strettamente collegato al tutto. Sollecitato a partecipare al tutto, come elemento attivo di un medesimo dinamismo, all’interno del medesimo slancio vitale e nella medesima direzione, quella di una evoluzione che si compie in comunione con la creazione stessa, nella pienezza della sua realizzazione.
Raggiunto questo livello non si può che sprofondare nel mistero.
Il Piccolo Principe impara nel suo viaggio che “l’essenziale è invisibile agli occhi[4], che non si vede bene che col cuore. I bimbi che ho incontrato mi insegnano che gli occhi sono ciechi, che bisogna affidarsi all’empatia, al sentire con i sensi. Perché non esiste linguaggio più sofisticato che quello dell’amore. Come la volpe viene addomesticata dal Piccolo Principe, io vengo addomesticata dalle persone che popolano il viaggio del tirocinio. Un tirocinio di vita emotiva e costruzione poetica della professionalità. Mi sento addomesticata e fortunata.
Spaccazocchi[5] sostiene che: “... l’ascolto è sensibile, delicato, iperestetico e omnicomprensivo.”.
L’uomo che ascolta agisce e reagisce simultaneamente, a differenza dell’uomo scrivente che ha modo di raffreddare, rallentare e allontanare i propri sentimenti  e le proprie emozioni.
L’uomo dell’oralità si muove all’interno di spazi fantastici, affettivi, sensoriali che, per loro natura, non sono frantumabili come le strutture atomizzate tipiche dei linguaggi e degli apprendimenti alfabetici, ma saldi all’interno della sempre viva e complessa totalità dell’essere umano.
Per Rubem Alves[6] parlare è maschile: esce, penetra, per dar piacere e impregnare.
Il seme anela la terra... attraverso la parola, instillo il mio seme in un’altra persona.
Ascoltare è femminile: l’orecchio è un vuoto in attesa della parola che gli porti piacere e vita.
Nell’ascoltare scopro la qualità più femminile e materna del mio essere.
A con-tatto con questi bambini incontro la bimba che vive in me, che desidera essere coccolata, amata, ascoltata.
Il viaggio dell’ascolto porta fiori di speranza, di mutamento e trasformazione.
Chiara Delogu
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