Bonardi Giangiuseppe, M come... musica

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Interrogarsi sul senso del termine musica in musicoterapia non è un mero vezzo intellettuale, ma è una necessità.
Una riflessione obbligata in merito ad un ‘argomento’ cruciale che costituisce il cuore del processo musicoterapico giacché, di fatto, utilizziamo eventi musicali, ascoltati, agiti e/o improvvisati per ottenere il fine terapeutico prefissato.
Ma cosa significa il termine musica? 
“È in­teressante osservare che nessuna lingua antica posse­dette un vocabolo perfettamente rispondente al con­cetto di musica modernamente inteso, cioè come arte di combinare e coordinare variamente nel tempo e nello spazio i suoni, prodotti da voci o da strumenti e ordinati in strutture quantificate secondo l’altezza, la dura­ta, l’intensità. Infatti, al di fuori dell’area colta europea la musica intesa come «organizzazione umana del suo­no» (J. Blacking) e il  musicale, ossia «il sonoro costrui­to e conosciuto da una cultura» (J. Molino), risultano sempre così intimamente correlati alla sapienza co­smologica e alla narrazione mitologica, e funzionali ai momenti salienti della vita sociale (riti di passaggio, celebrazioni calendariali ecc.) da non essere concepi­bili come «cosa in sé».
La musica come autonoma espres­sione estetica sembra quindi appartenere al solo Occidente, che del resto non l’intese con chiarezza come tale se non a partire dal tardo Settecento.”[1]
Grazie quindi all’etnomusicologia, il concetto di musica non è inteso solamente dal punto di vista estetico ma soprattutto da quello antropologico; viene così rilevata l’importanza del contesto culturale che  elabora e definisce la musica “… come una pratica”, ossia “… ogni feno­meno sonoro ad essa associato non riducibile al linguaggio (…) e che presenti un certo livello di organizzazione ritmica o melodica…”[2].
Così possiamo considerare musica anche “… i suoni che l’uomo emette spontaneamente, sia come espressione del ritmo interiore della propria persona, sia come imitazione dei rumori della natura…”[3]
La cosiddetta ‘musica naturale’, di schneideriana memoria, “… non dipende né da un metro convenzionale né da un programma estetico elaborato da una determinata cultura.
Si tratta dunque di una musica essenzialmente improvvisata, o conforme alle manifestazioni acustiche abituali di un individuo.”[4]
Estetica, pratica o naturale, la musica quindi è una forma espressiva creata dall’uomo per manifestare acusticamente, nello spazio, l’organizzazione temporale del proprio sé così ricolmo di affetti.
Il problema quindi non è quello di enfatizzare i presunti aspetti terapeutici sottesi alla musica ma saperla ascoltare, accoglierla sia quando essa ci appartiene come ‘oggetto’ estetico a noi noto, sia quando si tratti di un evento ‘naturale’ a noi sconosciuto.
Allo stato attuale non sappiamo, con esattezza, quale sia la musica maggiormente idonea a sortire un effetto terapeutico; sappiamo che gli eventi musicali cari alla persona e le sue improvvisazioni canore e/o strumentali, sono i soli ‘mezzi’ che abbiamo a disposizione per interloquire con lei.
 
Giangiuseppe Bonardi
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[1] AA. VV., (2006) Musica, Enciclopedia tematica Vol. 16, RCS, Milano 2006, p. 569.
[2] Rouget G., (1980), Musica e trance, Einaudi, Torino 1986, p. 91.
[3] Schneider M., (1970), Il significato della musica, Rusconi, Milano, p.
97.
[4] Schneider M., (1970), Op. Cit., pp. 96, 97.