La mia musica nel reparto Alzheimer, di Paola Olivari

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Da un decennio1 ho il piacere di collaborare con il nucleo Alzheimer della RSA Fondazione «Giroldi Forcella - Ugoni Onlus» di Pontevico, in provincia di Brescia.
Mi occupo di musica e di relazione d’aiuto attraverso la musica da oltre vent’anni, la mia prassi disciplinare è denominata «Musicoterapia».
Nel corso della mia esperienza musicoterapica sono entrata in relazione e mi sono occupata di realtà differenti: bambini, giovani e adulti con grave disabilità, anziani istituzionalizzati e con problemi di demenza senile.
In tutti questi anni ho vissuto, grazie ai miei assistiti, il piacere e la gioia di uno scambio mediato dal linguaggio musicale.
Il mio è un lavoro creativo, fatto di pazienza e di attese, talvolta lunghe e irte di ostacoli ma, allo stesso tempo, il lavoro del musicoterapista riserva grosse soddisfazioni.
Il sei aprile ero attesa presso il reparto «Girasole» della RSA di Pontevico. Quel giorno era previsto un incontro di «ascolto e stimolazione musicale» nel soggiorno del reparto, mentre l’attività di musicoterapia richiede un setting adeguato e viene svolta in una stanza concordata con l’équipe di lavoro.
Nel soggiorno del nucleo erano presenti una ventina di ospiti: alcuni di loro vivono in questa struttura da anni, altri hanno fatto il loro ingresso da poco. Tutti condividono la malattia di Alzheimer.
Una signora disorientata vagava per la stanza, alcuni ospiti, seduti al proprio posto, erano affaccendati in gesti e movimenti che rimandavano ad abitudini domestiche.
Ognuno appariva assorto nel proprio mondo interiore.
Nella maggior parte dei presenti il livello di coscienza del presente era quasi assente; qualcuno mi riconosceva e si avvicinava al tavolo dove posavo la tastiera e gli strumenti musicali.
La mia impressione, in modo particolare con gli ospiti più compromessi, era di entrare in contatto con individualità diverse che non riuscivano a comunicare con l’esterno e con gli altri.
È questo il motivo principale per cui l’invito a partecipare all’attività musicale non poteva essere «di massa» ma doveva essere misurato rispetto ad ogni persona.
La musica è in grado di costruire un ponte fra due o più individui e, riuscire a crearlo tra il nostro mondo e quello di un anziano malato, è quanto di meglio possiamo fare se ci sta a cuore la qualità della sua vita.
Il primo beneficio per il malato sarà quello di non sentirsi più completamente solo, sensazione comune a quasi tutti i malati di Alzheimer.
L’appuntamento settimanale con la musica era atteso; l’obiettivo è quello di offrire agli ospiti la possibilità di vivere un iter musicale accogliente e sereno. La musica è una lingua universale che da sempre appartiene all’uomo ed è piena di significati che spesso non necessitano di essere decodificati per essere compresi.
La musica è capace di coinvolgere non solo chi vi partecipa attivamente, ma anche coloro i quali si limitano a seguirne l’esecuzione.
La musica è in grado di catturare e fermare l’attenzione dei malati di Alzheimer, riorganizzando la loro mente, sospendendo, per qualche tempo, l’avvicendarsi dei “pensieri anarchici” che l’affollano.
Così ho suonato e coinvolto nel canto i miei ospiti con le loro amate canzoni: “Piemontesinahttps://www.youtube.com/watch?v=CeG1sWVVdfM, “Reginella campagnolahttps://www.youtube.com/watch?v=-oLNVxQBO4Q, “E qui comando iohttps://www.youtube.com/watch?v=e741OpKL14M.
Mentre cantavano, gli ospiti apparivano immersi nelle loro memorie, quando in gioventù lavoravano i campi o quando erano intenti a scartocciare il grano.
Intonando le loro musiche esprimevano, al contempo, la fatica del lavoro quotidiano e la felicità di ritrovarsi, di stare insieme allora come adesso.
Ancora una volta le musiche del cuore permettevano la connessione degli affetti del passato con quelli vissuti nel presente.
Un presente che, sebbene sia offuscato dal progressivo e inesorabile deterioramento delle funzioni cognitive, motorie e relazionali, è rischiarato dalle musiche del cuore che riaccendevano la gioia dell’esserci e dello stare bene con sé e con gli altri.
Lo stato d’animo dei presenti, in cui l’intera esperienza musicale si svolgeva quel venerdì pomeriggio, era uno stato d’animo di gioia, di buon umore, di tranquillità e di benessere.
L’incontro terminava con un canto mariano, l’”Ave Maria di Lourdes” https://www.youtube.com/watch?v=7bI8qiR5nXQ seguito da un applauso caloroso. A parer mio, l’”Ave Maria di Lourdes” ha il “potere” di far cantare tutti, anche gli uomini che talvolta sono più difficili da coinvolgere.
Nel reparto, insieme a me, erano presenti tre operatrici sanitarie, con le quali ho scambiato questo feedback.
I nostri ospiti, questi fragili e dolcissimi anziani, questi concentrati di storia e di saggezza, ci avevano regalato anche oggi un momento bellissimo, scaturito da emozioni nate dal riconoscimento di melodie familiari.
I loro sguardi luminosi, carichi ancora di vitalità nonostante la malattia, ci avevano riempito di entusiasmo e ci spronavano a continuare in questa direzione, perché la musica può fare molto!
 
Paola Olivari
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cell. 338 7620460


 

1Una versione leggermente modificata è stata pubblicata dall’autrice su questo sito https://www.giornaledibrescia.it/lettere-al-direttore/la-mia-musica-nel-reparto-alzheimer-1.3259555