Bonomi Carla, Intonare... emozioni

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Nella fase intermedia, gli incontri musicoterapici avvenivano due volte la settimana, sempre con una durata di quarantacinque minuti ciascuno. In relazione ai positivi “risultati” ottenuti durante la fase iniziale, l’organizzazione “affettivamente rassicurante” dell’ambiente musicoterapico è rimasta inalterata per tutta la fase intermedia. Ogni volta che incontravo Costantina[1], lei era sempre contenta di vedermi. E, ogniqualvolta mi recavo da Costantina, il personale del reparto mi riferiva che chiedeva sempre di me, che mi aspettava ogni giorno. Quando sentiva suonare il campanello della porta della corsia, Costantina si dirigeva, correndo verso l’uscita, e gioendo,  a gran voce gridava: “ È venuta l’amica mia”. Ogni volta che la sentivo il mio cuore si  riempiva di gioia. Costantina aveva accettato la mia presenza e mi considerava la sua amica. Appena entrata nella stanza di musicoterapia, Costantina si sedeva sulla “sua” sedia, quella vicina alle maracas. A differenza della fase iniziale, dove le sedute erano caratterizzate da lunghi momenti di silenzio e di attesa, in questa seconda fase le espressioni mimiche facciali di Costantina occupavano spesso questi momenti. Costantina si divertiva a volgere il suo sguardo prima verso uno strumento e poi verso di me. Non distoglieva da me il suo sguardo, se non dopo che io le avessi risposto. Spesso rispondevo con  la stessa mimica ed a volte con espressioni facciali diverse. La situazione  spesso si ribaltava ed era lei ad imitare i miei gesti. In questa seconda fase di trattamento si è avuto un lento e progressivo aumento della durata delle relazioni rivolte nei miei confronti a livello: verbale, a livello strumentale e a livello canoro. Al contempo Costantina aumentava la ricerca  e la durata delle personali espressioni sonoro-musicali, ovviamente  rivolte a . Costantina riusciva a stabilire un maggior contatto con me proprio attraverso il canto: si suonava e si cantava, il più delle volte, contemporaneamente. Iniziavamo ogni seduta, intonando i canti eseguiti nell’incontro precedente, quasi a voler riprendere il contatto interrotto. Il tutto non era programmato e deciso a priori. Non vi era accordo preventivo tra me e Costantina, così come non vi era accordo su chi  e quando ognuno dovesse iniziare. Avevo la sensazione che, da parte di entrambe ci fosse massimo rispetto per l’altro, non solo sulla scelta del tempo, quando cioè iniziare, ma anche sulla scelta dei canti da proporre. In alcuni momenti si cantava insieme, quasi a voler condividere le emozioni nello stesso momento, altre volte ognuno “ascoltava” ciò che l’altra proponeva, altre volte lo stesso canto si eseguiva a turno. Sentivo che in questi momenti vi era la massima disponibilità ed “accoglienza” dell’altro, proprio come avviene o dovrebbe avvenire tra due vere amiche. Inizialmente, quando volevo proporle una nuova canzone, ero “timorosa”, temevo che  Costantina non accettasse le mie proposte e quindi potesse rompere il rapporto di fiducia che si stava instaurando tra di noi. Fortunatamente  però questo non accadde. Se il canto facilitava la relazione, le esecuzioni strumentali erano caratterizzate da una chiusura iniziale di Costantina. La ragazza era probabilmente immersa nella ricerca del proprio “sé sonoro – musicale”, perciò non ci poteva essere ascolto per l’altro. In tal senso rilevavo una certa difficoltà ad accorgersi della mia presenza. Con il procedere delle sedute, l’iniziale ascolto di sé lasciava il posto alla disponibilità, al dialogo. Inizialmente imitava i suoni eseguiti da me; altre volte era lei a proporre elementi musicali nuovi. Costantina era attratta dall’intensità del suono da lei prodotto, variandone, sia pur timidamente, l’intensità forte e piano. Le sedute erano altresì caratterizzate da momenti d’ascolto.  Era Costantina stessa a chiedermi l’ascolto delle canzoni dello “Zecchino d’oro”, sia verbalmente sia gestualmente. Proposi in questa fase l’ascolto di un terzo brano: “L’ochetta Gelsomina”. Durante l’ascolto Costantina  riproduceva il ritmo con il tamburo e il jambé, altre volte assumeva la postura eretta vicino al lettore CD e ballava timidamente. Le relazioni a livello verbale si arricchivano di contenuto, sia pur limitatamente. Mi raccontava le attività fatte nel reparto da lei e da altre ospiti; mi richiedeva informazioni concernenti  i miei gusti personali in merito alle scelte d’abbigliamento o informazioni riguardanti la mia vita (dove abitavo, se frequentavo la scuola, se avevo fratelli, sorelle ecc.). Il punto centrale e dolente però restava sempre il ricordo della sua famiglia. Durante questi momenti un velo di tristezza copriva il suo viso. La sua tristezza offuscava la luce  che riuscivo a vedere nei suoi occhi. Ogni volta che accennava alla sua famiglia, rispuntavano le lacrime, che luccicavano senza cadere. Con occhi lucidi, voce “tenera” e nostalgica mi chiedeva cosa facevano, come stavano e quando andavano a trovarla. Soprattutto mi chiedeva della sua “mamma”. In quei momenti Costantina esprimeva il suo dolore piangendo. Mi si stringeva il cuore, ma cercavo di tranquillizzarla. Costantina con i suoi occhi gonfi di lacrime mi guardava, fissando il mio sguardo, chiedendomi ogni volta : “Vieni domani?”. Durante la settima seduta mi disse: “ Qui  in ospedale non voglio più stare, voglio andare a casa mia”. Tutto sembrava procedere per il meglio: massima la durata di permanenza di Costantina nell’habitat musicoterapico, maggiore l’adattamento spaziale, maggiore la durata di relazione verso di me. Alla quattordicesima seduta si verifica un episodio sgradevole. La stanza che mi avevano assegnata per il trattamento musicoterapico non era più disponibile.All’interno della stanza erano stati posizionati i letti  per altri ospiti della struttura. Non ero stata avvisata del cambiamento. Quando arrivai la mattina, carica di strumenti, il caposala del reparto mi informò dell’accaduto. Mi sentii crollare il mondo addosso! Vissi attimi di angoscia e di sconforto! Non avevo più la stanza… “la sola a disposizione”. Per la prima volta, mi tornavano alla mente le parole che il  Direttore mi disse quando mi fece vedere la stanza. Sapevo che in questo periodo si erano verificati una serie di cambiamenti, tra i quali il cambio del Direttore,  ma nessuno mi informò della decisione intrapresa. Non mi arresi, non potevano “ferirmi” (pur con la consapevolezza che in fondo io non ero nessuno, se non una semplice tirocinante convinta però del lavoro che stava svolgendo), non era giusto soprattutto per Costantina! Non potevo andar via all’improvviso. Costantina si fidava di me… io ero la sua amica, non potevo, ma soprattutto non volevo deluderla. Non potevano inoltre non tener conto dei miglioramenti  sia pur minimi di Costantina. Mi recai così subito dal nuovo Direttore ed esposi le mie ragioni con rabbia  e delusione per l’accaduto. Il Direttore, gentilissimo, capì le mie motivazioni e mi promise un’altra stanza, incaricando la Madre Superiore di liberarmene una. La stanza mi venne consegnata dopo due settimane. In quel tempo, andavo a trovare Costantana in reparto. Mi diedero una stanza situata al piano terra del reparto Geriatria vicino l’ingresso. Una stanza priva d’arredo, dalle dimensioni molto piccole ed esposta ai rumori provenienti dall’ambiente esterno. Per le restanti quattro sedute proposi la stessa organizzazione ambientale (strumenti musicali, arredo, disposizione). Con mia sorpresa, il cambio della stanza non ebbe ripercussioni sul proseguimento del trattamento. Costantina, si adattò al nuovo habitat musicoterapico, mantenendo la postura seduta alla sedia vicino alle maracas, riuscendo a stabilire, con me, un maggior numero di relazioni. Per Costantina quindi nulla era cambiato. Personalmente, ho vissuto con molta tensione la prima seduta. La  tensione  andò scemando man mano riuscivo ad istaurare il dialogo verbale, canoro, strumentale con Costantina. Il rapporto d’amicizia e fiducia venutosi a creare tra Costantina e me, non s’interruppe. Durante  l’intera fase, Costantina ascoltava e assumeva spesso la postura eretta, posizionandosi vicino al lettore CD, quasi si volesse lasciare avvolgere dalle vibrazioni (spesso lei stessa aumentava l’intensità) e occupare lo spazio  per ballare. Quando suonava o cantava si sedeva sulla sedia, relazionandosi maggiormente con me a livello verbale, canoro e strumentale. Il tamburo e il jambé, in ogni caso, erano i mediatori preferiti da Costantina.
Io... ero contenta.

Carla Bonomi

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[1]Nome di fantasia, in ottemperanza alla legge della privacy.