TEMPO SOSPESO

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Non avrei mai pensato di vivere uno stato di coscienza così sgradevole dove tutto, sebbene reale e concreto, mi appare rallentato, dilatato quasi fermo.
È come se vivessi in un tempo sospeso in cui il suo naturale scorrere si sia, inspiegabilmente, fermato.
La stanchezza e la fatica mi accompagna in questo immoto presente.
L’udito si amplifica e l’attenzione ai suoni diventa sempre più profonda e selettiva.
L’oppressione avvolge tutto e tutti come se un’impalpabile e invisibile nebbia avesse imprigionato lo spazio e il tempo.
Gli spazi domestici sembrano mutati ed il silenzio regna sovrano, amplificando
qualche sporadica presenza umana, animale o naturale.
Tutto appare discreto e furtivo tranne l’urlo dell’ambulanza che, talvolta, emerge prorompente, lacerando dolorosamente il silenzio, per poi esserne inghiottito.
La delicatezza si espande nuovamente e con essa aumenta il peso esponenziale della leggerezza del presente che mi costringe a rivolgere l’orecchio verso di me.
Così, con l’orecchio-occhio cerco di ascoltare, di accogliere la paura che, come uno spettro invisibile, ammanta tutti e tutto.
È un eterno presente che, improvvisamente e inspiegabilmente, riesce a cancellare il passato e bloccare il futuro.
In questa estenuante attesa, mi ascolto e annoto ciò che vivo.
Timore, paura, oppressione, pesantezza, sonnolenza, dispiacere, rammarico ma niente speranza, sollievo o qualcosa d’altro, di maggiormente piacevole.
I rapporti sono, giocoforza, limitati tra noi e i nostri familiari; le relazioni online mi sembrano pesanti e piene di angoscia per cui le riduco per non esserne sopraffatto.
Ascolto il respiro e il ronzio continuo delle mie orecchie che mi invita ad accogliermi ma sono stanco di questo ascolto forzato.
Vorrei una ventata di sollievo anche sotto forma di un raggio di sole.
Ascolto il mio respiro e il suono che fa come se non li avessi mai sentiti prima d’ora.
Le distanze si accorciano e l’occhio vaga, come l’orecchio, a scrutare gli scampoli di vita che baluginano nel tempo-spazio sospeso che vivo, alla ricerca di una speranza, di una ripresa, di un ripartire per cui il cinguettio di un uccello solitario mi fa trasalire un poco, così come la visita fugace di un merlo o la nascita di una nuova gemma sull’albero donano un effimero sollievo.
Riuscire ad assaporare queste piccole cose non è facile ma forse per sfuggire alla coltre opprimente del presente sospeso è necessario immergersi e assaporarle perché esse ci dicono che la vita, a dispetto di tutto, scorre, non si è fermata.
Per cui un sorriso, un alito, un cinguettio, uno sguardo, una carezza, un saluto, la nascita di un fiore, di una gemma sono intonazioni di vita e forse, pensandoci bene, il tempo apparirà meno sospeso e meno opprimente.
Giangiuseppe Bonardi
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