La vera ricchezza dell’intervisione musicoterapica

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Ho sempre pensato la musicoterapia come una “particolare forma d’ascolto1” e forse per questa ragione nel 2008 ho inventato MiA, Musicoterapie in Ascolto2.
In cuor mio speravo che un sito internet favorisse l’ascolto e il dialogo tra i musicoterapisti ma, dopo anni di solitaria pratica musicoterapica, di fatto, mi sono reso conto che lo spazio virtuale non basta e a noi musicoterapisti manca, tuttora, l’ascolto e il confronto.
Spesso, ognuno di noi fa la “sua musicoterapia” ma non sa com’è quella realizzata da un Collega che vive a pochi chilometri di distanza.
Da tempo maturavo il desiderio di integrare lo spazio virtuale con quello reale per ascoltare, conoscere e interagire in merito ai mille problemi che le nostre prassi musicoterapiche, realizzate nelle nostre realtà territoriali, comportano.
Così, tre anni fa, quando mi si presentò l’occasione di far parte del Gruppo Lombardo AIM3 di intervisione musicoterapica, non mi sono fatto scappare l’occasione.
Dopo circa tre anni di intervisioni musicoterapiche è ora venuto il tempo dei bilanci.
In qualità di “Supervisore partecipe”, in questi tre anni, ho girovagato tra Cremona, Milano, Bergamo, Tradate, Desio, Brescia per cercare di capire quale musicoterapia facessero i Colleghi che vivono a poca distanza da me.
Per prima cosa posso dire che questa attività formativa, totalmente gratuita, mi ha sempre interessato per cui non ho perso nemmeno un appuntamento.
La prima difficoltà che abbiamo affrontato è stata la diffidenza.
Abituati a “coltivare il proprio orto musicoterapico” in solitudine non è stato facile esporre la propria esperienza.
La diffidenza è stata combattuta a fatica quando ogni partecipante raccontava il proprio modo di fare musicoterapia, vincendo, di fatto, il timore del giudizio altrui, l’incertezza e la tensione espositiva.
Ogni racconto musicoterapico era, per chi lo donava, un sacrificio, un “sacrum facere” di memorie riattivate, di affetti provati e di riflessioni vissute.
Raccontando il nostro modo di fare musicoterapia abbiamo donato un “pezzetto” di noi al gruppo.
Nella narrazione musicoterapica, rispettando scrupolosamente la legge della privacy, ognuno di noi ha utilizzato lo strumento espressivo che riteneva maggiormente adeguato (protocolli, relazioni, schemi, frammenti audio, estratti video, esecuzioni strumentali, vocali, ecc.) a “definire” le mille sfaccettature dell’esperienza vissuta sulla propria pelle.
Così, indipendentemente dalla situazione musicoterapica affrontata al momento, mentre il Collega esponeva la sua esperienza terapeutica, i partecipanti, ascoltando, risuonavano con lui perché, molto probabilmente, avevano vissuto un contenuto analogo a quello narrato.
La magia dell’interscambio accadeva lì: in quello spazio e in quel tempo.
Uno spazio e un tempo dedicato all’intervisione musicoterapica che, di volta in volta, grazie anche all’apporto dei partecipanti, si soffermava a riflettere su questioni epistemologiche, relazionali, musicali, affettive che l’esperienza del momento metteva in luce, coinvolgendo i vari “attori” del processo terapeutico e anche noi “spettatori”.
Ogni esperienza raccontata durante l’incontro ci faceva capire che l’attività musicoterapica proposta era figlia di un preciso orientamento teorico di riferimento che la ispirava.
Così, attività musicoterapiche diverse, ispirate da orientamenti teorici di riferimento diversi dai propri, declinavano le prassi musicoterapiche in modo differente, ma tutte dovevano fare i conti con le nostre capacità di ascolto di sé e dell’altro da sé, messe a dura prova nel contesto musicoterapico.
Ascolto, musica, suono, metodica, orientamento teorico di riferimento, strumenti, vissuti, relazioni, équipe, presa in carico, lavoro di rete, silenzio, ecc. sono solo alcuni termini che rimandano ai numerosi concetti scaturiti durante gli incontri di intervisione musicoterapica: una vera ricchezza.
Solo ora, dopo ben tre anni di condivisioni musicoterapiche, mi rendo conto che, in realtà, la vera ricchezza, il vero dono delle nostre intervisioni musicoterapiche, siamo noi.
Noi partecipanti che, senza accorgerci, abbiamo un tesoro fatto di esperienze musicoterapiche, né “piccole” né “grandi” ma significative, non dimentichiamocelo.
Giangiuseppe Bonardi
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