A quale cultura musicoterapica aneliamo?

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In tempi complicati, altisonanti e delicati in cui molti Colleghi si affannano a parlare di musicoterapia come professione, mi sono più volte chiesto di quale tipo di musicoterapia si parla e, ancor meglio, a quale cultura musicoterapica anelino.
Essendo anch’io un Musicoterapista mi sembra giusto dare il mio apporto portando all’attenzione dei Colleghi le parole di Marius Schneider.
Nello scritto schneideriano ritrovo alcuni stimoli che possono donare alcuni apporti volti a chiarire quale tipo di cultura musicoterapica intendiamo perseguire.
Buona lettura
 
Giangiuseppe Bonardi
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“Una cultura che vuole esprimere le relazioni mistiche del cosmo per mezzo di melodie considerate come la sostanza delle formule astratte della speculazione matematica e astrologica, la­scia intravedere un pensiero metafisico o filosofico il cui ritmo, essendo cantato e non solo pensato, respira qualcosa della verità immediata della sensazione biofisica.
Le sue idee sono non solo sapute, ma anche sentite.
Ma tale cultura presuppone un essere umano con un pensiero molto equilibrato.
L’uomo attivo e speci­ficamente l’uomo moderno, nel suo pensiero (o estremamente raffinato o sommamente rozzo e rudimentale), corre sempre il rischio di sviarsi o di allontanarsi dalle realtà oggettive. Perde il contatto diretto con la verità immediata, in quanto è molto più preoccupato di imporre le proprie idee al mondo circostante che non di conoscere questo mondo. L’alta mistica esige che ogni idea elaborata dalla riflessione soggettiva sia sempre controllata e ratificata da una realtà oggettiva.
È necessario che ogni idea sia una verità vitale, un ritmo vero della Natura (e non un ritmo artificialmente creato), un’idea «consonante» con le leggi intime della vita, cioè un ritmo possibile, palpabile, assimilabile e, infine, cantabile o «commestibile».
«E vidi una mano stendersi verso di me: aveva in pugno il rotolo d’un libro.
Lo spiegò dinanzi a me: era scritto sul diritto e sul rovescio; c’erano scritte lamentazioni, sospiri e guai.
E mi disse: “Figlio dell’uomo, mangia: ciò che ti è offerto, mangia questo rotolo e va, parla alla casa di Israele”.
Aprii la bocca: egli mi fece mangiare quel rotolo e mi disse: “Figlio dell’uomo, ciba il tuo ventre e riempi le viscere di questo rotolo che ti por­go”.
Lo mangiai e nella mia bocca ci fu qualcosa di dolce come il miele.»2
Vivere la vita che uno pensa e conformare del tutto la vita pratica alle proprie idee costituisce certamente l’elemento fonda­mentale della personalità. Pensare le proprie idee non equivale ancora a viverle, perché per essere vissute devono essere «in­ghiottite ».
Unicamente quando si raggiunge l’armonia fra l’idea­le pensato e gli atti, le verità possono giungere a cantare.
L’esat­tezza con la quale si effettua l’imitazione o la realizzazione del­l’ideale informa il grado di veracità e di intensità di una cultura.
Dalla discrepanza fra il pensare (o il parlare) e l’operare risulta una cultura fittizia che, al massimo, può essere una civiltà.
In essa le verità non cantano; solo strillano o ammutoliscono”.
 
Marius Schneider
(1946),
Gli animali simbolici
e la loro origine musicale
nella mitologia
e nella scultura antiche,
Rusconi,
Milano 1986,
p. 121-122.
 

2Ezechiele, 2, 9-3, 3.