Neri Simona, Ascoltando la musica ‘dolce e amara’ delle mie tonalità emotive

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“ Il grande dolore soltanto,
quel lungo,
lento dolore
che vuole tempo
[…]
costringe
[…]
a discendere
nelle nostre
ultime profondità
[…].
Dubito
che un tal dolore
“renda migliori”;
eppure so che esso
ci scava in profondo
[…].
Non vorrei alla fine
che passasse sotto silenzio
la cosa più importante:
da tali abissi,
da tale grave malanno
[…]
si torna indietro rinati,
con la pelle cambiata
[…]
con i sensi più giocondi
con una seconda più pericolosa
innocenza nella gioia,
più fanciulli e al tempo stesso
cento volte più raffinati
di quanto mai per
l’innanzi ci fosse accaduto.
[1](F. NIETZSCHE, la gaia scienza)
 
Torno a casa alla sera dal lavoro, tutto il giorno la musica di altri ha volteggiato e suonato intorno a me, dentro di me.
Mi sento impoverita, svuotata, sfinita; mi sento arricchita, felice… sfinita.
Le emozioni contrastano in un vortice senza fine.
Entro in macchina e accendo la mia musica ma poi la spengo subito, voglio gustare l’odore, il sapore, il suono del silenzio, voglio sentire risuonare dentro me i ricordi, le voci, i visi di chi oggi è passato e dar spazio alle domande che lentamente dal cuore salgono su fino alla ragione.  
Sento che ho dato tanto ma non basta, o forse basta perché non posso dare tutto… nessuno ci chiede di dare tutto e ogni cosa ci chiede di assaporarne il limite e sapere “che il limite è fondamentale  perché la vita degli altri non è nelle nostre mani soltanto, non siamo artefici del loro destino, non è mai del tutto nelle nostre mani la soluzione di una situazione difficile. Ma occorre fare attenzione a non scambiare questa accettazione del limite con la rassegnazione o il fatalismo. Al contrario è corretta l’accettazione del limite solo quando si accompagna all’assunzione della responsabilità di fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità.”[2] (V. Iori 2009).
È così che questa esperienza da terapista comincia a farsi largo nella mia vita e le sue sfumature prendono i colori e i suoni di tutte le tonalità emotive.
Sto davanti ai volti di chi ogni giorno viene da me e da me si aspetta qualcosa… cosa?
Tutto chiede, tutto domanda e so che non posso essere indifferente a questo. “Lo sguardo del cuore è irrinunciabile nelle esperienze d’aiuto, perché solo dalla risonanza emotiva scaturisce la responsabilità del “farsi prossimi” e del prendersi cura.”[3] (V. Iori 2009).
Osservo la mia crescita, osservo il mio cuore e cerco di dare una definizione a quanto mi accade e mi accorgo che per vedere è necessario togliere il velo dei tanti pregiudizi che mi circondano e degli stereotipi che offuscano il senso e il significato delle cose.
Lo sguardo di chi incontro ogni giorno e ogni giorno chiede aiuto da me e dal mio lavoro di musicoterapista  mi provoca non mi lascia indifferente verso ciò che appare o verso ciò che viene alla luce, non mi lascia indifferente di fronte al FENOMENO (dal greco phainomenon) dandomi la possibilità di guardare alla realtà per come mi appare togliendo tutto ciò che è per scontato, vano, inutile lasciando che il sentire non sia intrappolato dai pregiudizi.
“Vedere è allora accorgersi dell’altro la cui presenza (da sein) non è insignificante, ma costantemente ci interpella a corrispondere e condividere le responsabilità della relazione. Così si presentano infatti le esperienze professionali dell’aver cura: sempre nuove e sempre da inventare “(Iori 2009) [4].
Non possiamo essere indifferenti di fronte al fatto che l’essere umano vive costantemente in qualche stato emotivo, ma non sempre ne è consapevole, cerchiamo di dominare le tonalità emotive ma non ci riusciamo e  il come rimane misterioso, anche quando cerchiamo di dominarle con la ragione. Ripenso al volto di Franca[5], non mi chiede altro che ridare dignità alle sue emozioni e la sua modalità per farlo passa attraverso il canto, attraverso la sua poesia, mi chiede di ascoltarla, mi chiede di accoglierla, come lei cita in una delle sue innumerevoli poesie…
 
ASCOLTAMI         
Ti parlo e tu mi guardi
Ti sento e tu mi parli
Io ascolto nel tuo sorriso
Una luce dentro me sussurra
Ascoltami perché fai parte di me,
perché ogni volta che ti penso
è come se vivessi dentro un sogno.
Ascoltami o musa,
perché del tuo fardello pesante,
io possa diventare cieca.
Ti vedo e tu mi ascolti,
ti parlo e non rispondi
io ascolto nel tuo sorriso
una luce dentro me sussurra
ascoltami perché fai parte di me,
perché ogni volta che ti penso
è come se vivessi dentro un sogno.
[6](Franca, poesie, edizione  inedita)
 
Mi vengono in mente le parole di Borgna quando  sottolinea che “non c’è cura se non si sa cogliere cosa ci sia in un volto, in uno sguardo, in una semplice stretta di mano, e infondo se non si sia capaci di sentire il destino dell’altro come il nostro proprio destino” (Borgna 2001) [7].
A volte mi sembra che sia Franca,  e tutti gli altri ragazzi che curo, ad accogliere me e così l’esperienza dell’empatia diventa quotidianità ma ha il suo prezzo.
Sono esposta alle emozioni che la quotidianità del mio lavoro impone: commozione, rabbia, frustrazione, gioia, tenerezza, insofferenza, disgusto e l’infinita gamma delle tonalità emotive.
“Possiamo comprendere la risonanza del sentimento dell’altro in noi e condividere la sua umanità soltanto se abbiamo compreso la nostra umanità. Stare presso l’altro implica, quale condizione necessaria e in un certo qual modo inevitabile, imparare a stare presso di sé. (Iori 2009) [8]. Edith Stein afferma che “comprendere empaticamente significa “rivivere” (Nach-erleben) il vissuto dell’altro: lasciar risuonare in sé qualcosa che originariamente non è proprio ma altrui. L’empatia è un’esperienza “ non originaria” (in quanto il dolore o la gioia appartengono originariamente all’altro) che si può tuttavia conoscere dall’interno attraverso un processo di immedesimazione nella situazioni dell’altro (Stein 1998) [9]. L’ascolto empatico ci rinvia a noi stessi perché si tratta di una comprensione “dal di dentro” e, attraverso l’immedesimazione, rende comprensibili i vissuti degli altri solo grazie all’esperienza vissuta comune (Miterleben), alla partecipazione affettiva e non attraverso il pensare” (Jasper) [10].  
Continuo il mio viaggio ripenso a quanto ho dato a quanto ho ricevuto; le emozioni dei miei assistiti risuonano in me, sento il bisogno di fermarmi per non essere travolta dal fluire delle cose, per cercare le risposte giuste, per esercitare una scelta per andare verso una consapevolezza emotiva indispensabile nel mio, nel nostro lavoro.
Posso fare di più… ho fatto tutto quanto era nelle mie possibilità, ecco il dubbio, allora occorre riconoscersi poveri di certezze e tuttavia aperti al poter-essere, anche nel rischio del fallimento, “significa essere bisognosi di apprendere ed abitare anche il negativo, ad accettare e comprendere anche i lati oscuri della propria vita” (Rossi 2006) [11].
Anziché tacere le parole della vita emotiva come ostacolo alla professionalità, “è necessario coltivarle come “cuore” della relazione per “sentire” la prossimità dell’altro e rispettarne la dignità. Diventare cuori pensanti, secondo l’espressione di Etty Hillesum [12].
Il “cuore pensante” assume la responsabilità nei confronti dell’Altro che non può essere accolto con la ragione ma con l’etica. Attraverso la decisione e la scelta, ascolta l’appello che viene dall’altro per richiamarmi alla mia responsabilità” (Lévinas) [13].
Tutto risuona tutto parla, sono arrivata, spengo la macchina entro in casa cosciente che nulla passa inosservato e che il mio limite è anche la mia forza è lo slancio vitale verso il futuro che ci “svela l’esistenza dell’avvenire, che gli dà un senso, che l’apre o lo crea davanti a noi” (E. Minkowski) [14].
Simona Neri

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[1] Iori V., Il sapere dei sentimenti, Franco Angeli, Milano  2009, p. 67.
[2] Iori V., op. cit, p. 29.
[3] Iori V., op. cit,  p. 12.
[4] Iori V., op. cit, p. 9.
[5] Nome di fantasia in ottemperanza alla legge della privacy.
[6] Dalle poesie di Franca (nome di fantasia in ottemperanza alla legge della privacy) poesia inedita.
[7] Borgna E., L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano 2001, pag. 190.
[8]  Iori V., op. cit, p. 31.
[9] Stein E., Introduzione alla filosofia, Città Nuova, Roma 1998, p. 89.
[10] Iori V., op. cit., p. 32.
[11] Rossi B. , Avere cura del cuore, Vita e Pensiero, Milano 2006, p. 109.
[12] Hillesum Etty, Diario 1941-43, Adelphi, Milano 2002.
[13] Lévinas E., Totalità e infinito, Jaca Book, Milano 1980, p. 218.
[14]Minkowski E., Il tempo vissuto, Einaudi,  Torino 1971, p. 38.