Tatulli Lucia, La musicoterapia va a scuola. Sì. Ma come?

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Nell’introdurre la musicoterapia nella scuola si fa una scelta di campo che investe l’intera utenza scolastica e non solo gli alunni con handicap e vi è la necessità di pensare a un progetto educativo scolastico rivolto non solo al recupero e alla riabilitazione, ma anche alla prevenzione.
Prevenzione è potenziare lo sviluppo di valenze positive che gli alunni posseggono e che sono trascurate; è educazione all'ascolto in senso positivo, provocando l'attivazione di canali espressivi e comunicativi che di solito non sono valorizzati.
La scuola non fa terapia: essa promuove l’integrazione dell’alunno portatore di handicap con modalità operative plurime e la sua valenza è essenzialmente pedagogica.
Nel caso in cui ci si trova di fronte ad alunni gravi, gravissimi, psicotici, bisognerebbe procedere, attraverso la musicoterapia, tramite un approccio integrato tra operatori della scuola e operatori del campo della riabilitazione e della terapia.
Scuola e musicoterapia possono avere in comune il tema dell’ascolto, non di quello passivo dei brani o delle lezioni, ma l'ascolto della persona-alunno.
Aiutare la persona-alunno a mettersi in comunicazione anche attraverso gli aspetti non semantici della comunicazione, significa educare il singolo soggetto al riconoscimento delle capacità espressive sonore del proprio corpo e del patrimonio di esperienze sonore accumulato che lo caratterizza.
Ascoltare l’alunno significa andare oltre le abituali situazioni scolastiche in cui vige un rapporto frontale e una comunicazione che si orienta “dall’alto verso il basso”.
L’ascolto attento pone l’insegnante nella dimensione di compiere una valutazione del processo di apprendimento in cui non è trascurata la riflessione sul processo di insegnamento.
Attraverso l’incontro con la musicoterapia l’insegnante può maturare questa consapevolezza tenendo presenti i concetti di transfert e contro-transfert su cui si basa, in musicoterapia, il rapporto di ascolto.
La competenza musicoterapica può essere, quindi, un’occasione per lo sviluppo di un’attitudine all’ascolto e alla comprensione dell’altro, oltre che di se stessi[1].
Se volessimo dare una definizione di cosa significhi fare musicoterapia a scuola, per un insegnante, posso affermare che è “l’opportunità che si presenta agli insegnanti di musica con competenze musicoterapiche di fare il proprio mestiere d'insegnanti in maniera più illuminata, creativa e completa (...), intervenendo non solo direttamente sull’apprendimento di una materia, la musica per l’appunto, ma anche e soprattutto creando le premesse per una positiva esperienza scolastica, sia dal punto di vista dei vissuti che di quello dei risultati.”[2].
Potremmo affermare, dunque, che anche se in ambito scolastico gli interventi sono principalmente di carattere educativo-preventivo, si può parlare di educazione curativa, ponendosi nell’ottica di un insegnante che utilizzi tutte le risorse a sua disposizione (tempo, spazi, materiali, se stesso, ...) non solo per le attività di insegnamento-apprendimento ma anche e soprattutto per l'educazione globale del bambino e per la sua cura, intendendo col termine curare il ricostituire una condizione di armonia psicofisica o costruirne una nuova.
Inoltre, nell’ambito di interventi in età evolutiva (ma anche in età adulta) è importante non dimenticare che non operiamo sul funzionamento cognitivo o affettivo separatamente, ma vi è sempre un’unità mente-corpo che prevede un’integrazione delle funzioni cognitive e affettive che si influenzano a vicenda. In questo senso, l’ambito scolastico può essere davvero un ambiente favorevole per attuare strategie d’intervento che offrano ai bambini varie e diverse occasioni in cui potersi esprimere e agli insegnanti l’opportunità di cogliere le necessità e i bisogni degli alunni in modo da riabilitare quelle funzioni affettivo-relazionali indebolite o mai sviluppate che possono avere una ricaduta positiva anche sul livello di motivazione.
L’insegnante che si propone con il sonoro deve però, innanzitutto, lavorare a lungo su se stesso per individuarsi sul piano sonoro, per identificare poi i canali di comunicazione privilegiati e non, per meglio corrispondere all’altro. Non è possibile individuare la “modalità” sonora più giusta, ma tante possibilità, libere da statici riferimenti teorici e da concezioni preminentemente estetiche, recuperando il corpo, il movimento, la voce e le emozioni che con essi entrano in vibrazione.
L’ascolto sarà sempre l’elemento fondamentale: innanzitutto sapersi ascoltare, poi saper ascoltare l’altro, quindi saper ascoltare ritmi, melodie, sonorità.
Ascoltare per «stare» nell’ascolto.
Ascoltare per discriminare, per individuare sia ciò che acquista un particolare valore affettivo, sia i canali espressivi che concorrono a definire la sonorità.
Ascoltare per imitare, elaborare, variare, inventare, ricreare generi musicali e per individuare nuclearità sonore significative[3].

Lucia Tatulli

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[1]Galante B., La scuola e lo sviluppo della comunicazione non verbale. Un approccio: la musicoterapia, in G. Di Franco, R. De Michele (a cura di), Musicoterapia in Italia, Idelson, Napoli, 1995, pp. 15-16.
[2]Postacchini Pier Luigi, Ricciotti Andrea, Borghesi Massimo, (1998) Lineamenti di musicoterapia, Carocci, Roma, p. 58.
[3]Facchini D., Esperienze creative per una didattica musicale orientata alla musicoterapia, in G. Di Franco, R. De Michele (a cura di), Musicoterapia in Italia, Idelson, Napoli, 1995, p. 11.