Lagattolla Fulvia, La musicoterapia e il cancro... emozioni musicate

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Mi tuffo nel profondo dell’oceano delle forme,
sperando di trovare la perla perfetta di ciò che è senza forma.
Non veleggerò più di porto in porto
Con questa mia imbarcazione logorata dalle intemperie.
Da lungo tempo sono trascorsi i giorni in cui il mio diletto
essere era sbattuto sulle onde.
Ora sono ansioso di morire nell’immortale.
Nella sala delle udienze dell’abisso senza fondo,
dove risuona la musica di corde silenziose,
porterò l’arpa della mia vita.
L’accorderò alle note dell’eternità e,
quando avrà sospirato la sua ultima frase,
la deporrò silenziosa ai piedi del silente.  
 
“Gitanjali un canto di
Rabindranath Tagore
 
“... e  il Dolore si ridiluì nel fiume dei ricordi...”
Ildegar Von Bingen
 
Il mio approccio alla musicoterapia e alla malattia oncologica avvenne in un pomeriggio piovoso di autunno con il Signor Teodoro per la consueta settimanale lezione di pianoforte.
Fu proprio dopo un lungo silenzio conclusivo, al termine di una delle nostre numerose improvvisazioni al piano, che Teodoro particolarmente provato quel pomeriggio, si allentò la cravatta sciogliendone il nodo alla gola.
Con tono sommesso, guardandosi le mani che chiudeva con ritmo lento per riaprirle vigorosamente in estensione, descrisse la rigidità che gli costringeva, appesantendole, arti e spalle: “Sono dure, dure, dure! non sento niente!
Questo corpo non mi appartiene più ormai.
Mi trascino come un sacco: ha visto come cammino?
E questa gamba?”
Erano tutte conseguenze di forti chemioterapie e radioterapie cui si era sottoposto anni prima a causa di un linfoma.
Intervallava la narrazione della sua storia a grovigli armonici stridenti sulla tastiera, da dentro a fuori, come un ago e filo, portava fuori il racconto della sua malattia che tesseva in musica.
Via, via, il racconto si faceva più profondo e lento.
I momenti più difficili che aveva vissuto erano quelli legati al tempo dell’ospedalizzazione durante le quali si sottoponeva alle procedure mediche e terapeutiche: erano i momenti indelebili registrati nel corpo e plasmati nelle emozioni.
Ebbi solo la forza di stare in silenzio, ad ascoltare.
Non osavo interromperlo.
Cominciai a percepirmi come un violoncello che acconsentiva nel lasciarsi vibrare dalla sua voce.
Avvertivo il legno della cassa di risonanza diventare caldo al tempo stesso solido, scoprivo una musica per me non ancora ascoltata.
Guardavo Teodoro, e ne scoprivo la sua tenerezza, la sua fragilità, la sua rabbia, la dignità ferita.
Vidi una storia che passava attraverso un corpo memoria.
Contattai il mio centro nel respiro, in un adagio interiore e vi dimorai per un po’, mentre continuavo ad ascoltarlo.
E allora compresi il senso dei nostri incontri.
Era un senso avviluppato nella sua richiesta iniziale:
“Le sembrerà strano” mi disse quando mi convocò il primo incontro “chiederle di suonare il pianoforte alla mia età”.
“Il mio obiettivo è potermi sciogliere le mani, vorrei giocare con le dita...
E poi ho un sogno da realizzare: so leggere, scrivere e parlare molte lingue, anche antiche.
L’unica lingua che non so ancora leggere e scrivere è la musica.
Vorrei poter scrivere la musica che ho dentro: guardarla impressa sulla carta e leggerla.
Però l’avviso: __ e sorrise dolcemente __ sono un paziente... difficile.”
 
 Fulvia  Lagattolla
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