Pasinetti Sandra, L’importante é esser-ci...

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Punto di svolta nella realizzazione del progetto musicoterapico è stato l’interrogativo postomi in supervisione:«Cosa intendi quando utilizzi l’espressione “relazionale individuale musicoterapica?». Questa richiesta ha avuto in me l’effetto di una “doccia fredda” poiché mi ha fatto riconsiderare il lavoro che stavo facendo assumendo una posizione realmente critica nei confronti di tutto ciò che, con superficialità, avevo definito come “relazione”, “dinamiche relazionali”, “spazio relazionale” ecc.
Per giungere a una situazione di ascolto non centrato su di sé è necessario che la persona “coinvolga” anche l’altro in ciò che esprime.
La persona può ascoltare se stessa coinvolgendo l’altro secondo un processo che le permetta anche di cogliere quanto l’altro ha da dirle.
Questo significava fare attenzione alle modalità di espressione-percezione sonoro-musicali di Simona, perché costituivano il mezzo tramite il quale lei “diceva” qualcosa di sé in base al fatto che queste potevano essere attuate secondo un processo in cui le rivolgeva:
  1. prima unicamente a sé stessa senza cogliere la presenza dell’altro nel contesto musicoterapico (modalità di espressione/percezione sonoro-musicale);
  2. dopo a se stessa però cogliendo l’altro come presenza passiva nel contesto musicoterapico (modalità musicoterapiche);
  3. infine all’altro cogliendolo come presenza attiva nel contesto musicoterapico (dinamiche di contatto musicoterapiche).
SE STESSA  SE STESSA E LA PRESENZA PASSIVA DELL’ALTRO L’ALTRO→ SE STESSA E LA PRESENZA ATTIVA ALTRUI
 
Nel contesto musicoterapico esperito Simona ha messo in atto delle modalità di espressione-percezione sonoro-musicale che si sono rivelate sempre uguali e che hanno ricevuto sempre le stesse risposte da parte mia. Simona però in alcuni momenti effettuava queste modalità “sola” (non considerava la presenza della musicoterapista); mentre in altri momenti  permetteva di “esserci” con lei in quello che manifestava. Mi sono chiesta se, sulle basi di questa “esclusione-accettazione”, potessi considerare queste modalità come i presupposti per l’insorgere di una relazioni. Nel tentativo di trovare una risposta a questa domanda mi sono trovata a fare un passo indietro rispetto a tutto ciò che avevo considerato frutto di una relazione. In altre parole avevo tralasciato il fatto che la relazione costituiva il fine dell’intervento musicoterapico e non era sicuramente un punto di partenza prestabilito come avevo dato per scontato. Per questo motivo ho preferito utilizzare il termine contatto e focalizzare l’attenzione sugli scambi-incontri sonoro-musicali considerandoli come le basi su cui intervenire per favorire l’insorgere di una relazione in ambito musicoterapico. (...) Le mie riflessioni personali si sono dunque focalizzate sul “cosa” porta alla costituzione di un contatto sonoro-musicale in ambito musicoterapico e ho individuato alcuni “rituali/procedimenti” messi in atto sia da Simona sia da me i quali non costituivano vere e proprie relazioni ma sicuramente potevano essere considerate dinamiche di contatto.
Ho dato allora importanza a questi “rituali/procedimenti” considerandoli come punti di partenza per intraprendere un percorso in cui la sonorità-musicalità-corporeità che caratterizza la persona diviene il mezzo per aiutarla a sviluppare-mantenere-potenziare le abilità socio-emozionali idonee per l'istaurarsi di un rapporto relazionale (distensione emotiva) e attenuare quelle inappropriate (tensione emotiva). Simona è stata presa in considerazione nella sua sonorità-musicalità-corporeità, ossia nell’insieme interrelato di suoni, musiche, “modi di essere e/o esserci” e “risposte rivolte a sé e/o all'altro” che le appartenevano. Ho potuto riflettere ulteriormente sul significato di “modo di essere e/o esserci” considerando alcuni concetti riferiti al pensiero filosofico di M. Heidegger, in particolare all’analisi dell’essenza e al problema del senso dell’essere. L’individuo non è ritenuto un soggetto-uomo in senso astratto, ma è  analizzato concretamente nel suo essere in apertura nel mondo. Proprio questo essere aperto nel mondo è definito da M. Heidegger come l'esser-ci  (“Da-sein”) dell’uomo “in un’ epoca, in una località, in una lingua e in una cultura che egli non ha scelto, ma con le quali deve entrare in un rapporto attivo.”[i].
Nei concetti riguardanti lo spazio qualitativo di M. Heidegger e quello personale di M. Argyle ho trovato riferimenti adeguati per riuscire a descrivere anche ciò che caratterizza lo spazio comune di contatto (S.C.C.).
Ogni essere umano si trova a vivere in uno “spazio qualitativo, un mondo-ambiente (Umwelt) espressivo, situazionale e progettuale che può restringersi, allargarsi, modificarsi, aprirsi o chiudersi in rapporto alle condizioni di vita dell’individuo. L’uomo non è nello spazio come un oggetto, ma come un soggetto sempre dotato di intenzioni e progetti.”[ii].
In collegamento a questo concetto di mondo-ambiente si può parlare di “spazio personale, quella bolla immaginaria che circonda ogni individuo, definisce la sua zona di intimità e varia nelle determinate patologie [...]”[iii].
Lo S.C.C. nel contesto musicoterapico è stato esperito come l’estensione di una dimensione in cui i personali “modi di essere e risposte rivolte a sé “si incontrano con quelle dell’altra persona diventando personali “modi di esserci e risposte rivolte all’altro”.
Sandra Pasinetti
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[i] N. Ubaldo, Atlante illustrato di filosofia, Demetra, 1999, p. 446.
[ii] Ibid., p. 446.
[iii] Ibid., p. 447.