Andrello Roberta, L’osservazione musicoterapica di... Luca

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L’osservazione di Luca[1] nel contesto musicoterapico è avvenuta in tre sedute successive, a cadenza settimanale, nell’aula assegnatami.
Scopo dell’osservazione era arricchire e/o completare le informazioni raccolte durante l’osservazione ambientale ed il colloquio e verificare la presenza di alcuni comportamenti e reazioni, a conferma o non conferma di quanto già rilevato.In modo particolare avevo la necessità di verificare il rapporto di Luca con lo spazio, con se stesso all’interno della stanza di musicoterapia,  con gli strumenti musicali, con i suoni e le musiche proposte e con me. Per prima cosa ho scelto gli arredi e la loro disposizione, gli strumenti musicali e le musiche da proporre all’ascolto.
 
Andrello Roberta Osservazione musicoterapica di Luca
 
Ho deciso di disporre un grande tappeto nella zona della stanza corrispondente a quella occupata dal banco di Luca nella sua aula, ossia vicino all’angolo tra due pareti e la finestra; sul tappeto ho posto la sedia per Luca, esattamente nella posizione del suo banco.  Questa disposizione è stata pensata allo scopo di dare a Luca la possibilità di ritrovare nel nuovo ambiente una posizione familiare, pensando che ciò potesse essere motivo di maggior sicurezza. L’ambiente doveva assolvere una funzione di “holding”[2], ossia di “contenimento”, nel significato inteso da Winnicott.Sul tappeto sono stati collocati anche una coppia di bonghi a sinistra della sedia, un banco con sopra vari strumentini alla sua destra e uno jambé di fronte ai bonghi. Ho utilizzato il tappeto con una funzione di “contenitore”, per delimitare uno spazio circoscritto, tenendo conto del fatto che la stanza, di per sé, era molto grande e avrebbe potuto diventare un ambiente dispersivo e quindi poco contenitivo e rassicurante.La mia sedia era fuori dal tappeto, vicina al registratore (appoggiato su una sedia appena dentro dalla porta), in una posizione che mi consentiva di avere una visione completa sia dell’area occupata dagli strumenti, sia del resto della stanza. Ho proposto a Luca strumenti con timbri, intensità sonore e dimensioni differenti, utilizzabili in modi diversi (ad esempio con la percussione, il tocco, lo sfregamento, lo scuotimento, altro). Non disponendo di strumenti melodici, ho aggiunto a quelli ritmici un flauto di legno. La scelta di Luca mi avrebbe così dato indicazioni riguardo le sue preferenze strumentali, e mi avrebbe aiutata a individuare alcuni aspetti specificamente musicali che fanno parte della sua dimensione sonoro musicale. Come sostiene Bunt, infatti, “… le persone hanno diritto di esplorare una gamma di suoni ed esperienze musicali per se stesse. Come musicoterapeuti siamo in una posizione privilegiata per osservare le scelte delle persone e per cominciare ad esplorare un canale di comunicazione musicale …[3] Basandomi sulle informazioni raccolte dal padre, ho preparato una musicassetta con la registrazione dei versi delle galline e del cane, con una musica celtica e “Alla fiera di Mastr’Andrè” di Branduardi. Questo assetto è stato mantenuto costante per le tre sedute di osservazione, durante le quali sono stati registrati i dati relativi ai seguenti indicatori:
  • durata di permanenza di Luca nell’ambiente musicoterapico;
  • posizioni e/o posture assunte da Luca;
  • strumenti musicali scelti da Luca;
  • modalità di relazione con sé e con l’altro da sé;
  • risposte manifestate da Luca nei riguardi degli eventi musicali proposti;
  • orientamento delle espressioni sonoro-musicali manifestate da Luca;
  • presenza di particolari comportamenti.
Alla fine di ogni seduta ho registrato i dati raccolti sulle apposite tabelle e ho steso i relativi protocolli. Appena entrato nella stanza, Luca è stato attratto dagli strumenti, ai quali si è avvicinato senza però toccarli, quasi ne avesse timore. Mi ha chiesto cosa fossero e in seguito alla mia spiegazione se ne è allontanato, per riavvicinarsi successivamente. Luca non è mai scappato dalla stanza, né ha mai chiesto di uscire prima della fine della seduta, dimostrando così di essere in grado di “tollerare” un lasso di tempo abbastanza lungo in cui svolgere l’attività musicoterapica, tuttavia fin dall’inizio ha riempito lo spazio di movimento: sembrava non potersi fermare, se non per brevi istanti e a debita distanza dagli strumenti; avevo l’impressione che Luca percepisse uno spazio da riempire intrusivamente, all’interno del quale distingueva uno spazio “cattivo”, quello circoscritto dal tappeto e prossimo agli strumenti, e uno “buono”, il resto dell’aula, confermando oltretutto in tal modo le già evidenziate difficoltà di adattamento spaziale, rilevate durante l’osservazione di Luca in classe.Paradossalmente, delimitando col tappeto uno spazio nell’ipotesi che potesse assolvere una funzione rassicurante, avevo circoscritto in modo netto lo spazio “cattivo”, il luogo fobico di tutta la stanza!Gradualmente Luca ha cominciato ad avvicinarsi agli strumenti, ma il contatto con essi avveniva solo in modo violento, aggressivo e intrusivo, attraverso un movimento distruttivo e confusivo. Luca prendeva gli strumenti per pochi istanti, non per esplorarli, bensì per lanciarli in alto o contro le pareti,  seguendone il movimento con lo sguardo, col corpo irrigidito, con le orecchie tappate dalle mani per non sentire il forte rumore e accompagnandolo con il suono gutturale, già manifestato in altre occasioni.  Il silenzio della stanza veniva così interrotto dai rumori degli strumenti che “precipitavano”, cadendo per terra e dalla voce di Luca, che instancabilmente profondeva suoni e parole, intrecciando discorsi almeno apparentemente disorganizzati e al di fuori di ogni vera trama comunicativa. Solo di tanto in tanto ha suonato, interrompendo però la sequenza di suoni giustapposti con le parole ed evitando accuratamente di produrre suoni forti. In questi momenti ha utilizzato gli strumenti musicali per entrare in relazione con sé, poiché la contemporaneità assoluta tra l’esecuzione strumentale o l’atto verbale e l’atto visivo rivolto nei miei occhi è stata presente solo per pochi secondi, due volte su tre. Il fatto che Luca abbia usato indifferentemente tutti gli strumenti, senza evidenziare una preferenza, era una conferma che tutto, strumenti e persone, in quella stanza, era indistintamente oggetto delle sue proiezioni: eravamo tutti “oggetti soggettivi”[4], privi di una nostra esistenza indipendente dal “me” di Luca; ciò mi ha ovviamente reso impossibile individuare gli strumenti più idonei da proporre nei successivi incontri terapeutici. Luca non ha mai rifiutato espressamente di entrare nella stanza di musicoterapia con me, però ha sempre trovato delle scuse per non suonare (ad es. diceva di avere una vertebra rotta), ha ricercato diversivi (tipo esibirsi in giochi d’equilibrio) e insistito perché fossi io a suonare. Il fatto che io stessi in disparte e non soddisfacessi i suoi desideri lo faceva arrabbiare molto: ricominciava a girare nella stanza, mi aggrediva con brutte parole e cercava di sputarmi o di picchiarmi, anche usando i battenti o i legnetti, oppure si chiudeva in un isolato silenzio, protratto anche fino a 10 minuti consecutivi; erano questi i segni di un panico affettivo profondo, che mostravano appieno la vulnerabilità del suo Io ancora nascente, di fronte a qualsiasi minima frustrazione. Nei miei confronti Luca ha manifestato comportamenti ambivalenti: in alcuni momenti dichiarava di volermi sposare, ricercando un contatto fisico fatto di baci e “coccole”, in altri di essere arrabbiato con me e cercava di picchiarmi. Questo mi ha fatto pensare alle parole con le quali la Mahler descrive le psicosi simbiotiche infantili: “… Le gravi reazioni di panico sono seguite da produzioni reitegrative che servono a mantenere o a restaurare la fusione narcisistica, l’illusione dell’unicità con la madre o con il padre. Nella psicosi simbiotica il bambino cerca di arrivare a una reintegrazione attraverso illusioni somatiche e allucinazioni di riunione con l’onnipotente immagine della madre, al tempo stesso amata e odiata narcisisticamente … i confini del Sé e del non-Sé sono confusi; persino la rappresentazione mentale del Sé corporeo non è chiaramente definita … sentono che il proprio corpo si fonde con quello di un altro …[5] Di fatto, se in certi momenti ho avuto proprio l’impressione che Luca facesse in modo che io mi comportassi come se fossi un’estensione del suo corpo, in altri ho pensato che mi considerasse come uno dei tanti oggetti presenti nella stanza; c’erano infatti molte analogie nel modo di relazionarsi con me e con gli strumenti: l’ambivalenza manifestata nei miei confronti si traduceva, verso gli strumenti, in atti di distruttività e aggressività associati a continua, eccessiva motilità, che per lui sembravano essere un esercizio piacevole, alternati a momenti in cui Luca usava questi oggetti, quasi a volerne verificare la sopravvivenza ai suoi attacchi distruttivi, testimoniando in tal modo la non completa separazione soggetto-oggetto. Il comportamento di Luca sembrava la realizzazione concreta delle parole di Winnicott:
“… Il soggetto dice all’oggetto: _ Io ti ho distrutto _ e l’oggetto è lì a ricevere la comunicazione.
D’ora in poi il soggetto dice: _ Ciao, oggetto! _; _  Io ti ho distrutto _; _ Io ti amo _; _ Tu hai valore per me perché sei sopravvissuto alla mia distruzione di te _; _ Mentre ti amo continuo tutto il tempo a distruggerti nella fantasia (inconscia)… _.
In questi modi l’oggetto sviluppa la propria autonomia e vita e, se sopravvive, dà un suo contributo al soggetto in armonia con le sue proprietà.[6]
Roberta Andrello

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[1] Nome di fantasia, in ottemperanza alla legge della privacy.
[2] WINNICOTT DONALD W., The theory of the Parent-Infant Relationship, 1960, citato in: DAVIS M., WALLBRIDGE D. C., Introduzione all’opera di Winnicott, G. Martinelli & C. s.a.s.-Firenze, 1981, trad. it. di Gabriele Noferi, p. 124.
[3] BUNT LESLIE, Suono, musica e musicoterapia, in: Musicoterapia. Un’arte oltre le parole, ed. Kappa, ed. it. a cura di M.M.Filippi, p. 75.
[4] WINNICOTT DONALD W., The Use of an Object and Relating trough Identifications, 1968, citato in: DAVIS M., WALLBRIDGE D. C., Introduzione all’opera di Winnicott, G. Martinelli & C. s.a.s.-Firenze, 1981, trad. it. di Gabriele Noferi, p. 90.
[5] MAHLER  MARGARET S., Considerazioni diagnistiche, in Le psicosi infantili, Boringhieri, 1968, trad. di Armando Guglielmi, p. 83.
[6] WINNICOTT DONALD W., The Use of an Object and Relating trough Identifications, 1968, citato in: DAVIS M., WALLBRIDGE D. C., Introduzione all’opera di Winnicott, G. Martinelli & C. s.a.s.-Firenze, 1981, trad. it. di Gabriele Noferi, p. 92.