Apertura

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STEFANO TAGLIETTI MUSICOTERAPISTAQueste1 umerose collaborazioni2 musicoterapiche, unitamente alla mia esperienza all’interno del gruppo di intervisione, mi hanno portato a scegliere la parola APERTURA su cui vorrei ragionare con voi.
Apertura è una parola che offre numerosissimi spunti e su cui si potrebbe dialogare probabilmente per un convegno intero, ma, dando per scontato che un termine porta con sé anche il suo contrario (quindi indirettamente parleremo anche di CHIUSURA), proverò ad offrirvene alcuni, declinando il significato della parola da un punto di vista oggettivo e da un punto di vista soggettivo.
 
Il punto di vista oggettivo
Dal punto di vista oggettivo provo a proporvi una suggestione legata alla nostra stanza o, come più spesso accade, alle nostre stanze di lavoro.
L’apertura “oggettiva” è data dalla porta che separa il nostro setting dall’esterno.
Una porta che tendenzialmente, con buonissime ragioni, vogliamo chiusa, a volte talmente chiusa che nessuno, se non chi sta con noi, sa quello che accade all’interno.
Difficile aprire ad altri quella porta: contiene il nostro lavoro, la nostra forza e la nostra debolezza.
Noi decidiamo quando e quanto aprire, selezionando il materiale da portare all’esterno e spesso la nostra scelta non dipende solo dalla privacy, dal segreto professionale: a chi offriamo davvero lo sguardo di ciò che accade nella nostra stanza (e pensiamo a quante lotte per non far entrare o quantomeno spiare genitori invadenti, educatori gelosi, insegnanti preoccupati), e, dall’altra parte, chi davvero vuole entrare e comprendere a fondo il nostro lavoro?
Per tutti aprire una porta significa accettare, come minimo, la contaminazione, ma lo spettro che spaventa la nostra parte più istintiva è quello dell’invasione, come dimostrano le nostre tristi cronache attuali (e chi non ha memoria delle supervisioni in formazione dove più che la comprensione si cerca l’attacco, la caccia all’errore...).
In un gruppo di intervisione tra pari, viceversa, in un clima di assenza di giudizio (ma con critica nutriente), si può trovare questo coraggio per poter lavorare in modo serio e costruttivo, per poter crescere professionalmente e umanamente.
A nostra volta abbiamo, sempre oggettivamente, altre porte da varcare: quelle delle sedi istituzionali, delle équipe in Neuropsichiatria o Psichiatria, nelle varie strutture in cui collaboriamo.
Quanto sono aperte per noi quelle porte?
La mia sensazione è che spesso si tratti di “porte strette”.
Cito Umberto Curi3 he a sua volta cita il Vangelo di Luca (Luca 13,24): “Combattete per entrare per la porta stretta!”
Nella versione greca il verbo imperativo utilizzato per chi chiede se la salvezza sarà concessa a pochi o a tanti è “agonìzesthe”, che contiene in sé la radice dell’agonia (la solitudine del musicoterapeuta), la necessità di lottare e l’energia a cui costringe l’agone.
Io credo che non si debba mollare, stancarci di ripetere che non siamo musicisti che tranquillizzano agitati, o tecnici del suono che somministrano vibrazioni benefiche... dobbiamo allargare l’apertura di quella porta stretta, quello spiraglio, affinché possa arrivare all’esterno un messaggio il più chiaro possibile, nel rispetto della diversità e dei modelli differenti.
 
Il punto di vista soggettivo
E arriviamo all’apertura soggettiva.
Ognuno di noi si è formato in una scuola che ha fornito strumenti importanti ma non sufficienti, ognuno di noi ha dovuto integrare, ricostruire, cambiare, inventare e reinventare.
Spesso questo sforzo ci ha portato ad una naturale ed istintiva difesa della propria ricerca, del proprio sapere.
È un atteggiamento che collude con la nostra insicurezza, legato ad un approccio a fortissima matrice personale nonostante la conoscenza di tutti i “modelli” teorici del mondo, e con la nostra solitudine... (da un altro punto di vista questa unicità è la nostra forza terapeutica, fatta di ascolto e accoglienza ma qui mi fermo per non invadere parole altrui).
Il bravo terapista non si potrà mai liberare delle domande “che cosa sto facendo?”, “dove sto andando?”, nel rispetto del suo lavoro con l’Altro e verso l’Altro; la sua grandezza sta nell’APRIRSI al confronto con altri colleghi ancora prima che con i supervisori.
Concludo affermando che questo spazio di intervisione con i colleghi rappresenta proprio questo, una possibilità concreta di confronto e di crescita, così come l’evento di oggi, aperto a professionisti liberi o legati anche ad altre associazioni, dovrebbe essere una possibilità concreta verso la raccolta di un sapere condiviso che ci porti ad essere una categoria più definita e unita di quanto non siamo oggi.
Stefano Taglietti
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1Relazione presentata dall’autore a Milano, il 17 novembre 2018, alla Tavola rotonda: Alle radici del sé mediante la musicoterapia…”, promossa dal Gruppo Regionale Lombardia AIM in occasione della 5° Giornata Europea della Musicoterapia, http://musicoterapieinascolto.com/archivio-storicodimia/543-5-mt-day-2018

2L’autore è musicoterapista presso le ASST di Bergamo e Bergamo Ovest nei Dipartimento di Salute Mentale (Centri Diurni Le Ghiaie di Bonate, C.D. e C.R.A. San Giovanni Bianco, Day Care) e U.O. Oculistica (Ambulatorio di Ipovisione) oltre che, sempre nell’ambito della salute mentale, presso il Centro diurno di Monza, i C.R.A. e C.P.A. di Oltre il Colle e Valpiana gestiti dalla Coop. Bonne Semence. Collabora con ISPS Lombardia, Associazioni territoriali di famigliari e utenti, lo Spazio autismo, il C.T.I. (centro territoriale inclusione), gli Istituti comprensivi territoriali per i progetti inclusione e opera presso il proprio studio privato in collaborazione con NPI e altri servizi territoriali. Si occupa di formazione e ricerca con Nuova Artec (dott.ssa Silvia Magnani) e con la Formazione Benenzon Milano dal 2010 con Emanuela Ritrovato e Roberta Avanzini.

3U. Curi, La porta stretta- Come diventare adolescenti, Bollati Boringhieri, Torino 2015, p. 11.