Accoglienza

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Il contesto
La mia1 partecipazione al gruppo di intervisione lombarda di AIM2 non è stata continuativa nel tempo, a causa dellaBOTTELLI CHIARA nascita della mia bambina che due anni fa ha fatto sì che io rivedessi le mie priorità.
Ciononostante l’intensità emotiva e il significato umano e formativo di questi incontri mi ha potato a scegliere ‘accoglienza’ come parola con cui contribuire alla tavola rotonda di oggi.
Nei nostri incontri ci si è ritrovati a condividere esperienze cliniche, dubbi, difficoltà del nostro essere musicoterapeuti oggi, in un territorio ricco di professionisti della musicoterapia ma che _ per assurdo _ difficilmente promuove occasioni di scambio e confronto.
In un gruppo formato da professionisti così diversi tra loro, come esperienze e formazione, ho trovato stupefacente l’apertura e il profondo scambio intercorso ad ogni incontro cui ho avuto il privilegio di partecipare.
 
 
Accoglienza
Accogliere significa accettare, abbracciare ciò che l’altro è, nel significato profondo del suo essere diverso da me, oggi che la parola ‘diversità’ ha connotati troppo spesso negativi.
Mi ha colpito questa definizione della poetessa Chandra Livia Candiani: “ACCOGLIERE: una delle parole che mi ha tanto curato.
Molto diversa da ‘accettare’ che è una parola che detesto.
‘Accogliere’ indica proprio questa possibilità di farsi ampi, vasti, di continuare a restare in contatto con sé ma anche aprirsi al mondo3”.
Nel rapporto con l’altro, in particolare con la persona in cura, l’accoglienza è il presupposto senza il quale nulla sarebbe possibile.
Come si può infatti pensare ad una musicoterapia senza accoglienza?
Accogliamo la persona in cura al suo arrivo, già al di fuori del setting, lo accogliamo all’interno della stanza, in un processo che comprende una infinità di variabili _ dalla scelta degli strumenti, allo scegliere e immaginare una melodia che sia per lui familiare e che possa aiutarlo a riconoscere quell’ambiente come proprio, a tutto il codice del non-verbale e del para verbale che si sviluppa nel tempo del vincolo terapeutico e che è unico e irripetibile _ e questo percorso di accoglienza dura per tutto il tempo della relazione, è inscindibile dal processo terapeutico, anzi ne è prerogativa indispensabile. Non si esaurisce nell’incontro iniziale, non è solamente parte del primo approccio, del momento in cui ci si incontra per la prima volta: è un processo continuo e costante.
L’accoglienza presuppone un tempo (non solo esteriore ma di crescita interna e reciproca) e uno spazio, ben più vasto di quello del setting e allo stesso tempo infinitamente piccolo, lo spazio di uno sguardo, di un respiro che si fa presenza.
Mettersi in relazione presuppone un ascolto, e questo ascolto è il mezzo tramite il quale l’accoglienza può concretizzarsi.
Se non riesco a percepire me stesso, ad ascoltare i suoni e i silenzi che dicono chi sono, non posso pensare di incontrare veramente l’altro, perché inevitabilmente l’incontro presuppone riconoscere prima ciò che sono, ciò che è ME, e dunque ciò che è ALTRO da me.
Questo è lontano dal concetto così sbagliato di giudizio, non in senso critico ma in senso moralista, dove il rischio è quello di contaminare la possibilità di una accoglienza autentica con l’eredità di preconcetti e difese che trasciniamo con noi: lasciando andare le sovrastrutture mentali che spesso ci imprigionano, permettiamo che il nostro ISO si manifesti e trovi la strada per mettersi in vibrazione con quello di chi ci sta accanto, dando vita così a nuove armonie.
Nel mio lavoro attuale di musicoterapeuta l’incontro con Camilla - nome di fantasia, in ottemperanza alla legge della privacy, una bimba sordo-cieca di pochi anni con impianto cocleare. Camilla è una bimba che sta ri-apprendendo, completamente un vocabolario di suoni fino a poco fa sconosciuti per lei.
La piccola Camilla mi mostra concretamente quanto accogliere, sia, di fatto, imparare ad accogliere me stessa.
Il suo cercare le mie mani e portarsele al volto, il suo trovare l’abbraccio del mio corpo e il nostro cantare insieme, altro non è che il frutto di una accoglienza di un umano profondamente imperfetto ma incredibilmente capace di superare barriere e sovrastrutture.
Camilla mi permette di accoglierla, di aprire la porta su delle possibilità espressive che sono per lei fonte di gioia e soddisfazione, e di creare insieme ogni volta una pagina nuova della nostra storia terapeutica. Ma senza la sua accoglienza verso di me, senza il suo darmi questa possibilità di avvicinarmi a lei, non sarebbe possibile nessuna musicoterapia.
Non sarebbe possibile alcuna musicoterapia se non fossimo pronti ad accettare l’altro per ciò che è, senza permettere che sia la diagnosi a definirlo, a limitarlo, perché decidere di fare questo mestiere significa guardare e riconoscere la ‘parte sana’ della persona e, su quella, costruire, spalancare finestre, gettare ponti, accogliere appunto tutto ciò che può presentarsi.
Non sarebbe possibile nessuna musicoterapia se non fossimo pronti a mettere in gioco noi stessi, lasciandoci abbracciare dall’umano che stupisce e sorprende, in un processo di scambio creativo continuo.
Lasciare cadere le resistenze, allontanarci dal preconcetto e dalle aspettative, distaccandoci dal risultato: credo che questo possa rendere possibile una accoglienza reale, e allo stesso tempo il concretizzarsi di un terreno fertile perché l’incontro con l’altro sia generatore di un cambiamento, anzitutto nel ‘qui ed ora’, e prima di tutto dentro di noi.
Credo fermamente nell’importanza per noi professionisti della musicoterapia - ma anche insegnanti, educatori, artisti - di permettere che questa accoglienza avvenga ogni giorno, con le persone in cura e con chi incontriamo.
Questa consapevolezza deve essere per ciascuno di noi non un castello in cui rifugiarsi, forti delle nostre certezze, ma un seme lasciato libero nel vento, capace di germogliare in luoghi inaspettati e di incontrare mani e cuori capaci di aiutarlo a crescere.
Ringrazio Silvia, Giangiuseppe, Stefano, Davide, Pino, Emilio e Roberto per avermi fatto vivere concretamente il significato della parola ‘accoglienza’ tra colleghi che hanno un unico, grande scopo in comune.
Oggi ci ritroviamo proprio per condividere il senso di questo percorso, e con il desiderio di una apertura che possa essere non solo auspicabile, ma possibile.
Noi qui presenti oggi ne siamo l’esempio concreto.
Bottelli Chiara
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1 Relazione presentata dall’autrice a Milano, il 17 novembre 2018, alla Tavola rotonda: “Alle radici del sé mediante la musicoterapia…”, promossa dal Gruppo Regionale Lombardia AIM in occasione della 5° Giornata Europea della Musicoterapia, http://musicoterapieinascolto.com/archivio-storicodimia/543-5-mt-day-2018

2 https://www.aiemme.it 

3 Dallintervista online pubblicata sul canale ‘Psichiatry on line Italia’ del 27 novembre 2018, https://youtu.be/EmdXI8q5UEE